Roberto Gandus.

L'ultima esecuzione.


2012 Fratelli Frilli Editori, Genova.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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1945. Tre giovani siciliani, sbandati e ribelli, risalgono un'Italia disastrata dalla guerra appena terminata.
Vivono di piccoli espedienti e furti. Approdano in Piemonte. Commettono un omicidio idiota. Finiscono nelle carceri di Torino.
Non lontano dal capoluogo piemontese, in un cascinale di Villarbasse, vivono gli Odasso.
Si tratta di una famiglia contadina a struttura patriarcale, composta da un vecchio padre, l'anziana moglie e tre figli dei quali uno, chiamato Smangia poco sano di mente,  nato dalla relazione con un'amante occasionale ed  stato imposto alla famiglia.
Le tensioni si scatenano quando, nel cascinale, fanno il loro ingresso Angela e la figlia Annette, una sedicenne troppo carina per non suscitare le attenzioni dei maschi di famiglia. Attenzioni e corteggiamenti che sfociano nella violenza e nel suo omicidio.
Chi ha ucciso la giovane Annette?
Situazioni e prove portano a incolpare Smangia.  questa la verit che scopre Angela?
E quale vendetta scaturisce dall'incontro in galera fra Smangia e i tre balordi arrivati dal sud?
Uno spaccato giallo della vita contadina di un periodo storico particolare, in cui, ciascuno, per sopravvivere, era pronto a fregare l'altro.
Il fatto porta all'esecuzione dell'ultima pena capitale avvenuta in Italia il 4 marzo 1947 alle 7,45. 
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Dio  in me l'orrore di ci che  stato,
di ci che  e di ci che sar tanto tremendo,
che dovrei ad ogni costo
negare, e gridare con tutte le mie forze,
che nego quel che  stato,
quel che  o quel che sar;
ma mentir.
(Georges Bataille)
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Preambolo.
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Il romanzo L'ultima esecuzione prende spunto, ed  liberamente tratto, dal tragico eccidio avvenuto nella cascina Simonetto di Villarbasse il 20 novembre 1945.
La cascina era abitata dall'avvocato Massimo Gianoli, i morti furono dieci, responsabili Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti e Pietro Lala (alias Francesco Saporito).
I personaggi e la trama sono opera di assoluta fantasia e non hanno nulla a che fare con quanto avvenuto nella realt. Unico dato reale  la pena capitale scaturita dalla tragica vicenda: l'ultima esecuzione avvenuta in Italia alle ore 7,45 del 4 marzo 1947.
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Un lampo illumin il verde della valle. Il rumore di un'auto si allontanava lungo la strada che collegava la statale al cascinale costruito sulla mammella collinosa.
Un bastardino nero attravers l'aia del cascinale sotto la pioggia battente.
Annus il cadavere di un uomo steso in terra a faccia in gi.
Un secondo cadavere era abbandonato sul muro circolare del pozzo in pietra, un filo di sangue rigava la poltiglia di fango.
Il cane entr nella casa deserta. Annus i piedi della donna che giaceva riversa nella cenere del camino. Sal la scala. Entr nella stanza. Gua ai piedi del letto, un vecchio, giaceva morto, fra lenzuola zuppe di sangue.
Rasp il materasso giallastro. Alcune piume d'oca volarono nell'aria.
Attorno, una sedia rovesciata, i cassetti aperti, poveri oggetti sparsi in terra.
Il gallo batt le ali. Spalanc il becco. Emise un verso acuto e stridente.
Il buio della notte cedeva il campo al chiarore dell'alba.
Domenico, un giovane di circa venti anni, bello quanto basta, era seduto all'aperto su di una sedia di legno, il cielo sopra di lui era basso e pesante, alle sue spalle un alto muro grigio.
Guardava fisso davanti a s.
Sul viso, l'espressione serena, sorridente, ma vuota, come priva di emozioni.
Sembrava un Rodin pensoso senza pensiero.
Avrebbe voluto grattarsi i capelli come sempre. In tale occasione gli era impedito.

Per l'abitudine di grattarmi in continuazione, mi chiamano Smangia: tradotto dal dialetto del luogo, il piemontese, vuole dire prude.
In realt, a casa, anzich Smangia il pi delle volte mi dicevano: ehi! Scemo! ma io non me la prendo mica, mi piace che qualcuno mi chiami, vuole dire che servo, che ci sono, io non so mai se ci sono, no, non  vero, quando sto con il mio cane in braccio mi sento le gambe, lui  caldo e ci ha il pelo.
Mi cercano per farmi lavorare, io sono pi forte del mulo. S! Dicono che sono proprio forte, posso alzare anche il masso che c' gi nel prato, quello grosso, ma grosso come un vitello. Mio padre dice sempre che quello che non ho nel cervello, ce l'ho nei muscoli. Una volta mi hanno anche detto che sono bello, ma non so mica cosa vuole dire.
Adesso, qua seduto, non mi serve. Il cortile  grande, pi grande dell'aia di Ca' Odasso, dove vivo.

Toni, trentuno anni compiuti il giorno precedente, stampata sul viso la solita espressione da figlio di puttana.
Si svegli nel letto di un'anonima pensione.
Si stir. Vide il soffitto scrostato, la tappezzeria a righe di un colore indefinito. Spalanc soddisfatto braccia e gambe.
Ud il cigolio del letto di ferro battuto e lo scroscio dell'acqua.
Guard la donna nuda che, china sul lavandino, si lavava le ascelle.
I fianchi larghi, il seno florido, erano messi in luce dal raggio di sole che filtrava tra le tende sgualcite.
La donna avvert lo sguardo, si volt. Sorrise con dolcezza.
Frug fra i vestiti buttati su una sedia.
Dove diavolo le ho messe?.
Toni tir fuori, da sotto le lenzuola, un paio di mutandine bianche.
Le fece dondolare nell'aria.
 queste che cerchi?.
Lei allung la mano per prenderle, ma l'uomo torn a nasconderle.
La prese per un polso e la tir a s.
Dai, torna a letto.
Sei matto? Devo scendere a preparare le colazioni.
Toni la rovesci sulle lenzuola. Cerc di baciarla.
Lei si scost e si sfil via.
Ma non ne hai abbastanza?.
Facciamo in fretta.
Ma va' l!.
La donna rovist fra le coperte, agguant le mutandine, le infil di corsa, cos fece con la gonna e con la maglia che le schiacci il seno pesante.
Usc prima che l'uomo riuscisse ancora una volta ad agguantarla.
Toni la sent cantare: Sola me ne vo per la citt... passo fra la folla che non sa... che non vede il mio dolore, cercando te... sognando te....
A lui, quella canzone non piaceva, come non gli piacevano le canzoni in genere, non avrebbe saputo dire il motivo. A lui interessavano i soldi e le donne, il resto, tutto il resto, compresi i sentimenti, non serviva, era un intralcio, rallentava il gioco del vivere.
Si alz a fatica. Una sciacquata al viso. Si guard allo specchio.
Era orgoglioso, lui, le donne, giovani o vecchie che fossero, le aveva sempre fatte godere. Gli piaceva sentirle gridare. E quest'ultima dovevano averla sentita fino al piano di sopra.
Usc a torso nudo nello stretto corridoio della pensione.
In mano un liso maglione dal collo alto.
Buss a una porta su cui penzolava un sei di metallo arrugginito.
Menico! Enea! Allora?.
Silenzio. Toni chiam il primo nome con maggior forza.
Dall'interno della stanza una voce impastata di sonno rispose:
Cazzo, ma  presto!.
Una seconda voce ripet con identica fatica la stessa frase.
Toni picchi il legno della porta come volesse sfondarlo.
Dall'interno il rumore di passi strascicati.
La porta si socchiuse. Comparve un giovane assonnato,
L'espressione nervosa, i capelli ricci, neri. Fiss Toni con occhi pieni di sonno, ma non di straordinaria intelligenza.
Ma che minchia di fretta abbiamo!.
Dietro di lui Enea, poco pi che un ragazzo, prese il compagno per un braccio, cerc di tirarlo indietro:
Dai Menico vestiamoci no?.
Toni spalanc la porta. Venne avanti nella stanza impregnata di sudore, calpest alcuni indumenti sparsi in terra. Con voce tagliente disse che avevano fretta, fretta di tirare su del grano...
Agguant una canottiera, la gett in faccia al giovane.
Muoviti! Dobbiamo andarcene.
Menico strinse con rabbia l'indumento. Contrasse la mandibola. Prov a dire di non alzare la voce con lui.
Era evidente che Toni era il pi forte del gruppo. Si erano conosciuti pochi mesi prima in una strada della periferia di Palermo.
Si erano fermati a bere una granita al limone dal solito baracchino dell'angolo. Menico non aveva i soldi per pagare. Toni aveva minacciato il venditore. Lo aveva preso per il bavero. Cos se ne erano andati senza pagare. Da quel momento erano rimasti insieme per fregarsene della miseria, delle distruzioni provocate dalla guerra appena finita.
Menico ed Enea si vestirono. Il primo dei due cerc nella lentezza l'unico segno di ribellione. Enea, al contrario, s'infil veloce i pantaloni. Per calmare le acque farfugli a quello, che era il capo riconosciuto, di scendere, loro due l'avrebbero raggiunto in pochi minuti.
Toni se ne and senza richiudere la porta. Rientr nella sua stanza. S'infil il maglione dal collo alto. Si guard attorno. Non aveva nulla da prendere tranne il giubbotto. Fatto che rappresentava la sua vita. Non avere niente da portare con s, n valori, n affetti era il suo credo o per lo meno aveva fatto in modo che lo fosse. Scese i gradini a due a due. Giunse al piano terra. Nessuno.
La cassa era collocata a sinistra dello stretto ingresso della pensione.
Attese qualche istante. Scorse il foglio del registro.
Si sporse a guardare la saletta retrostante. Vide la donna, che aveva trascorso la notte con lui, servire il caffelatte a un unico cliente.
Premette il pulsante del campanello d'ottone sistemato al fianco della cassa nera e mastodontica. Pens a quanti soldi poteva contenere. La donna arriv di corsa. Strapp un foglio appena compilato. Glielo porse:
Non ho calcolato la colazione....
Toni con un sorriso fascinoso prese il conto, lo appallottol e lo fece volare nel cestino della carta straccia:
Amore ti ho gi pagato stanotte no?.
Si sporse a baciare la bocca della donna, prima che questa potesse parlare, con la mano le strizz il seno.
Meglio della grana no?.
Menico ed Enea scesero le scale in quell'istante.
I tre uscirono nella luce fredda del mattino. Toni si rivolse alla padrona della pensione che lo aveva seguito non per i soldi ma forse per rimanere ancora qualche istante al suo fianco:
Alla prossima!.
Sal alla guida della Dkw nera parcheggiata di traverso sul marciapiede. Diede una gomitata a Menico che a spallate contendeva a Enea il posto sul sidecar: Ma piantatela con 'sta storia.
Enea guadagn l'ambito sedile. Strinse i pugni in segno di vittoria e rise. Menico fu costretto a sedersi sul sellino posteriore.
Un calcio alla leva dell'avviamento e il motociclo si avvi lasciando una scia di fumo blu nell'aria.
Toni sollev la mano, per un ultimo saluto. Menico si sporse.
Come si chiama quella?.
E che ne so.
La padrona della pensione, sistem lo chignon con un tocco sapiente.
Rientr di malavoglia.
Raggiunse quello che per lei era il ponte di comando: la cassa.
Si gir verso lo specchio. Con il medio si tolse il baffo di rossetto.
Una sistemata al reggipetto per chinarsi distratta a sfogliare il registro.
Nel mattatoio faceva sempre freddo, estate o inverno che fosse, si respirava un'aria gelida che faceva rabbrividire. Tranne il sangue, ogni cosa l era in bianco e nero.
Smangia lavava il pavimento di cemento e, a intervalli regolari, si grattava.
L'aveva accompagnato in quel luogo, circa un anno prima, Giuseppe, il fratello, vecchio conoscente di Nino il gestore. L'aveva consegnato come fosse un pacco, un oggetto. Non aveva patteggiato uno stipendio o una qualsiasi formula di pagamento, l'unica richiesta era stata che Smangia rimanesse l tutto il giorno. A fare che cosa non aveva alcun interesse.
Importante che durante la giornata fosse impegnato e non ciondolasse nell'aia del casale.
Ben presto Smangia si era reso indispensabile non solo per la forza dei suoi muscoli, ma per il suo essere remissivo e ubbidiente.
Oreste, il macellaio, era comparso nel controluce dell'ingresso. Tentava di trascinare all'interno del mattatoio un vitello che non voleva saperne di entrare.
Nino, il gestore del mattatoio, chiam il garzone con il solito tono di comando:
Smangia... vieni a dare una mano, s o no?!.
Il giovane chiuse l'acqua. Sollev il capo. Torn a grattarsi. L'ultimo filo di sangue scivol via. Raggiunse, con la camminata ciondolante che lo distingueva, il macellaio in difficolt. Agguant la corda. Uno strattone. Come niente fosse, trascin dentro il vitello.
Il macellaio, rosso in faccia, ammir come sempre la potenza del gesto: Dio fa', a l'ha 'na frsa, 'sto qua.
Mano in tasca, si affrett a proporre quello che evidentemente era un gioco consueto fra lui e il gestore del mattatoio:
Scommetti che non ce la fa', stavolta non ce la pu fare... Questa  'na bestia che levati.
Nino, con il solito gesto, stir sul ventre il grembiule. Non arrivava ad abbottonarlo, ma si ostin fino a riuscire ad agganciare il bottone all'asola oramai slabbrata. Si umett il pollice e l'indice. Si arrotol, soddisfatto, i baffi all'ins. Scosse sicuro le spalle.
Lo sai che te la prendi sempre nel culo.
Oreste non si diede per vinto. Tir fuori dalla tasca dei pantaloni di velluto un biglietto da cinquanta lire.
Cinquanta lire?.
Nino, certo di vincere, si accarezz il ventre soddisfatto.
Di, Smangia, prepara 'l vitel?.
Gli chiese anche quanto pesava quel vitello di circa otto mesi.
Smangia agguant l'animale per le corna, proprio come volesse sollevarlo e immediato diede il responso: duecentosettantasei chili.
Non ci sarebbe stato bisogno di pesare la bestia, si poteva essere certi che quello era il peso giusto, non un etto di pi non un etto di meno.
Oltre la forza, quella era l'altra particolarit che contraddistingueva Smangia. Nessuno avrebbe saputo dire da dove nascesse quella dote. Considerato che il giovane non sapeva n leggere, n scrivere e in casa si pesavano le cose a manciate.
Smangia trascin il vitello nel punto in cui si uccidevano le bestie.
Con gesto automatico impugn una pesante mazza.
Nino, scosse il capo e lo incit con il pugno chiuso:
Ma no, Smangia, it lo sas!, nen parj... non con la mazza, fa coma it ses bon ti, come sei capace tu, no?.
I riflessi del giovane erano lenti, tanto che rimase immobile, prima di realizzare che cosa gli veniva chiesto.
Ancora uno sguardo verso i due uomini nella ricerca di conferma. Osserv il ripetuto gesto del suo padrone che mimava l'azione con il pugno chiuso sollevato in aria.
Smangia dondol il capo in modo anomalo, un movimento del tutto particolare, ma che voleva significare di aver capito. Depose la mazza su uno scanno scrostato.
Si piant davanti al vitello. Guard la grande pupilla nera dell'animale.
Osserv la propria immagine riflessa, distorta, luminosa.
Erano istanti intensi, come se fra il giovane e l'animale si stabilisse una sorta di corto circuito, di conoscenza profonda. Pochi istanti. La palpebra del vitello si abbass e sollev in maniera sempre pi lenta, come avesse raggiunto uno stato d'ipnosi.
Smangia sollev il braccio piegato a martello. Colp l'animale fra gli occhi con un pugno violento.
Il vitello rimase un attimo immobile poi croll sulle ginocchia.
Nino tese la mano verso il macellaio. E Oreste pag la scommessa.
A malincuore gli mise, nel palmo della mano, il biglietto da cinquanta lire. Naturalmente si chiese, per l'ennesima volta, come diavolo facesse quello a stendere un vitello con un pugno. E come sempre l'uomo del mattatoio sollev le spalle, neanche lui lo sapeva e, in tanti anni che faceva quel lavoro, non gli era mai capitato di vedere ammazzare un vitello con un solo pugno.
S, s,  forte..., poi si picchiett la tempia per sottolineare: forte, ma stupido.
La bestia giaceva ai piedi del giovane, la lingua pendeva da un lato, intanto, il filo di sangue che colava dalla bocca si spandeva intorno, alla ricerca della pendenza migliore per formare un rivolo rosso che correva a scolare nella grata arrugginita.
Smangia era forte, smisuratamente forte, ma, se non gli veniva detto cosa fare, non era capace di un bel niente. Poteva rimanere un tempo indefinito a fissare un muro, un vitello, un oggetto. Quali pensieri scorressero nella sua testa era impossibile dirlo, era altrettanto impossibile conoscere immagini, desideri e ricordi che fluivano nella sua mente.
Nino gli grid di trascinare via il vitello e di lavare in terra.
Prosegu a parlare con il macellaio del costo dei manzi, del prezzo della carne. Ascolt il commerciante ribattere che il margine di guadagno in quel disgraziato momento era minimo, che adesso, finita la guerra, ci sarebbe voluto tanto tempo per riprendersi, per ricostruire. In sostanza che la gente potesse ricominciare a mangiare almeno una bistecca alla settimana. Aveva creduto nel fascismo ma quelli invece di una mano gli avevano dato un calcio nei denti quindi, come sempre, ognuno doveva scaldarsi con la legna che aveva in casa.
Ma tant, t vdras che a cambia n bel gnente.
Nino rise amaro. Lo consol dicendo che adesso avevano anche l'inno nazionale. Con voce stonata canticchi Fratelli d'Italia, l'Italia s' desta....
Il macellaio chiese che diavolo volesse dire se desta.
Ma che a l' dsvijase... ci siamo svegliati no?.
Coma as ciama... come si chiama il picio che dice na roba simile?.
M'a smija l nom... sembra il nome di una marmellata, Mamela... Mameli; n nm parj, ma tant, a csa Cristo n serv?.
Serve che vado a lavorare e it saluto, n. Ciao!.
L'alba era ancora lontana a venire.
Enea era stato il pi lento a scavalcare il recinto di un cascinale male in arnese. Curvo su se stesso aveva attraversato di corsa il cortile nel tentativo di raggiungere gli altri due.
Toni con un colpo secco aveva scassinato il lucchetto di quello che sembrava un magazzino. Ci guard dentro. Niente di valore. Menico lo fiss interrogativo:
Che ?.
Un pollaio di merda!.
Beh! Meglio di niente no?.
Senza indugio entr per subito tornare fuori, in una mano un uovo, l'altra stretta a chiudere le narici. Con un cenno del capo disse: Manda lui, c' 'na puzza l dentro.
Toni, di ogni cosa, parlava come si trattasse di donne, e anche in questa occasione non si sment. Belle tette e belle gambe, mi raccomando.
Minchia dici?.
Che sia in carne, no?.
Enea si catapult dentro con l'ordine di prendere la gallina pi giovane: stent ad adattare lo sguardo al buio del magazzino trasformato in pollaio. Vide le galline appollaiate su di una sorta di rastrelliera. Da fuori, Toni gli continuava a dire di fare in fretta, di muoversi, e lui, pi si agitava peggio era. Cos, senza scegliere, allung la mano, agguant la gallina pi vicina.
Ogni suo gesto era sgraziato e anche quella volta non si sment.
Rovesci un paiolo di rame. Un mestolo ci cadde dentro. Il rumore del metallo suon come un gong.
Le galline starnazzarono.
Enea barcoll, ma riusc a stringere la zampa di una gallina troppo vecchia per avere i riflessi delle colleghe: L'ho presa! mormor con soddisfazione.
La sollev in alto come un trofeo. Si volt appena in tempo per ascoltare Toni gridare: Via... via... ci hanno beccati.
Al primo piano del cascinale si era accesa una luce.
Menico butt l'uovo che stava bevendo e se la diede a gambe.
Anche Toni si mise a correre. Quando vide Enea che saltellava davanti al magazzino con la gallina stretta fra le mani. Gli grid di mollarla.
Dalla finestra, un vecchio urlava, ripeteva come un disco rotto:
Bastardi... ladri bastardi.
Con l'allarme, part un colpo di fucile che sollev, poco lontano, una piccola nuvola di polvere.
Enea tenendo la gallina per le zampe si gett in una corsa disperata. Scavalc il recinto. Raggiunse i due compagni che, gi fuori tiro, urlavano bestemmie e improperi.
Per tutta risposta arriv un secondo colpo: Minchia!... Per un uovo... Quello ci azzoppa, per un uovo.
I tre raggiunsero di corsa la motocicletta ferma sul ciglio della strada.
Vi balzarono sopra. Menico url a Toni di mettere in moto. Enea, prima di saltare sul sidecar sollev la gallina: E di questa che ne faccio?.
Buttala. Mica ce la possiamo mangiare viva.
Toni scalci la leva dell'accensione. Il mezzo sembrava non volerne sapere di partire.
Enea fece roteare il pennuto nell'aria e lo lanci oltre la staccionata con la segreta speranza di fermare il loro inseguitore.
Il vecchio, in canottiera, fucile in mano, invece correva e zoppicava, zoppicava e correva verso di loro.
Finalmente la moto, dopo un bofonchio, si avvi.
Un altro colpo di fucile rimbalz poco lontano sull'acciottolato.
Lo scoppio del motore. Un'accelerata e Toni, chino sul manubrio, imbocc a tutta velocit la strada che scendeva gi dalle colline.
Dimmi tu se con la mia carriera devo finire a rubar galline....
Menico ricord che gli era andata bene a essere orfano: Altrimenti sai che dispiacere avresti dato alla mamma!.
Indic Enea che, la testa rovesciata all'indietro, dormiva gi come un bimbo.
La moto incroci tre camion carichi di militari.
Toni fece le corna con la mano destra, Menico con la sinistra.
Raggiunsero le prime case di un paese il cui nome a Menico suonava strano. Lo disse pi volte ad alta voce:
Carmagnola? Ma qui siamo finiti in Francia?.
Toni ordin al compagno seduto alle sue spalle di non dire minchiate. Attravers a tutta velocit il paese immerso nella prima luce del mattino. Scart il cane che gua spaventato.
Osserv il portoncino socchiuso di un palazzotto grigio. Sollev il capo. Tutte le persiane erano chiuse. Soltanto da una, al primo piano, filtrava una luce rossastra. Tocc di gomito Menico e fece un cenno con il mento: Il casino!. E diede gas.
La stanza al primo piano aveva le pareti tappezzate di damasco consunto, il letto semidisfatto ai cui lati troneggiavano due poltroncine di velluto rosso
Giovanni, un uomo di oltre quarant'anni mal portati, il viso magro, nervoso, il naso adunco, tentava di nascondere la mano anchilosata nella manica della camicia senza colletto. Osserv la prostituta stanca e sfatta che con un gesto vezzoso aveva coperto l'abat-jour con un foulard rosso. Con tono arrogante le intim di togliere quella roba: a lui piaceva vedere.
La donna fece volare da una parte il pezzo di stoffa. Si sfil la sottoveste mettendo in mostra un corpo tondeggiante ma non flaccido, una carnagione rosea, anomala per una donna della sua et.
Con il massimo della naturalezza si stese sul letto, le gambe larghe appena piegate. Con impazienza disse al cliente di sbrigarsi.
Per incoraggiarlo aggiunse che ne aveva voglia, una grande voglia.
L'uomo, non si mosse, senza pantaloni, in piedi, al fianco del letto, la mano sinistra ritratta, l'apostrof in malo modo: Ma come ti metti? A pancia in gi, no?.
La donna si sollev su un gomito, con la mano destra si schiaffeggi la natica, dicendo che in quella maniera costava ben di pi. Giovanni affond la mano buona nel taschino della camicia. Tir fuori trenta lire e le sbatt sul letto. La donna scost il denaro in malo modo:
E con questi che ci faccio? Non ci pago neanche un caff.
Subito altro denaro piovve sul ventre della donna che lo ammucchi sotto il cuscino. Stanca e pesante si volt.
Giovanni, esib la mano anchilosata, tocc in modo volgare la donna: Ti eccita? La mia mano ti eccita, eh?. La donna emise un mugugno che voleva essere di compiacimento.
L'uomo, soddisfatto, schiacci, con tutto il suo peso, la schiena della donna.
La prima luce del mattino piovve dalle strette finestre collocate in alto, Angela, una bella donna sui trentacinque anni, in piedi al centro del seminterrato, termin di vestirsi in tutta fretta. Ascolt con fastidio la voce baritonale che pioveva dall'alto di una scala a chiocciola. Ripeteva assillante il suo nome.
La donna sollev la mano, come per mandare al diavolo chi la chiamava. Si chin su una giovane che dormiva con la testa rivolta verso il muro. Ne accarezz i lunghi capelli sparsi sul cuscino. Arrotando la r sussurr: Annette! Ma cherie, il faut que tu te reveille!.
Ottenne un lamento di risposta.
Dall'alto, torn a farsi sentire la voce dell'uomo: Angelaaa! Alloraaa!.
Questa volta fu costretta a rispondere, a dire che era pronta, che stava salendo. Rivolse ancora lo sguardo verso la giovane che dormiva nel letto sistemato alla bell'e meglio in un angolo del seminterrato. La sollecit a svegliarsi. Per risposta null'altro che un sussurro.
Desistette. Si avvicin alla tromba della scala a chiocciola. Guard verso l'alto. Nella luce azzurrognola di una prospettiva sbilenca, vide, l in alto Gusto, un uomo grande e grosso, il ventre prominente avvolto da un grembiule bianco di farina.
Ascolt la sua voce che come un disco rotto ripeteva: It bogie?.
Mi muovo, mi muovo! per lei che veniva da oltre alpe, era abbastanza facile capire parole e frasi di un dialetto che suonava come un francese dei poveri.
Approdata al piano terra, Gusto si scioglieva, come di consueto, nella litania quotidiana: che era tardi, che non poteva andare avanti cos, che c'era tutto da fare. L'uomo si muoveva da un tavolo all'altro del panificio, dava il via agli ordini: Taglia la pasta... Prepara i grissini. Il tutto con movimenti che avrebbero voluto essere veloci ma che erano lenti e pesanti. Solo dopo questo sfogo, quasi una preghiera propiziatoria, tir fuori dal forno un'ultima pala di pane, la rovesci in una cesta quasi colma.
Mentre tu dormivi, varda vire l'hai fne.
Si asciug il sudore della fronte. Torn sui suoi passi. Fiss la donna intenta ad arrotolare la pasta:
Qui ci vuole anche una bella pulita.
Anzich andarsene rimase a guardarla:
Cambia il grembiule...  sporco!.
Di nuovo si allontan per bloccarsi ancora una volta in una sorta di danza sincopata: Ah! Ricordati le spese del seminterrato.
Angela guard perplessa quello che era il suo datore di lavoro e allo stesso tempo padrone di casa: Ma avevamo detto....
E quello, sollevata la cesta, fiat in malo modo:
Che cosa avevamo detto? Che l'affitto lo paghi con il lavoro...  gi tanto, ma acqua e luce mica le consumo io!. Depose la cesta. Sulla faccia grassa e violacea un presunto sorriso galante. Con la mano sporca di farina tent di accarezzarle il sedere.
Ma, t'lo sas che ci possiamo mettere d'accordo....
Angela si scost, lo preg di lasciare perdere. quante volte gliel'aveva detto, lei era l per lavorare, per dare un tetto e un pezzo di pane a sua figlia, ma, se non era possibile, avrebbe cercato un'altra soluzione.
L'uomo fiss la rotondit del seno, tent di insistere:
Dai, Angela, io faccio in fretta... A me basta poco lievito.
Estrasse dalla tasca una medaglietta d'oro:
Tieni, ti piaceva no?.
Angela gli scost la mano: Su, vada a mettere il pane in forno che si fa tardi....
Si accost al tavolo e inizi ad affettare la pasta fresca.
Cos come aveva affettato la sua vita. Circa due anni prima aveva abbandonato la Francia, la citt dove viveva, i pochi affetti. Il destino ed il periodo di guerra l'avevano condotta con la figlia a vivere in quel paese vicino a Torino.
Aveva ricominciato tutto da capo: lavoro, conoscenze, amicizie e ora si trovava di fronte a un bivio. Accettare o no la proposta che gli aveva fatto l'uomo conosciuto da alcuni mesi?
Il pensiero era cos assillante che la mano scivol di traverso.
Il coltello graffi il dito mignolo. Alcune gocce di sangue colarono sul tagliere, tinsero il bianco della farina. Malgrado il dolore scoppi a ridere. Non avrebbe saputo dire il motivo, ma rise fino alle lacrime.
Giovanni assonnato, spettinato, la camicia ancora aperta, scese la scala della casa di tolleranza.
Si avvicin alla tenutaria, una donna disfatta e male in arnese.
Le sfior le guance rosse di cipria. Le sussurr poche parole nell'orecchio. Lei, bonaria, lo rimprover:
Ma Giovanni hai gustato la leccornia e allora devi pagare la differenza no? Guarda che Lea quella roba l mica la fa con tutti....
Giovanni sorrise, tir fuori i soldi:
Ma porca vacca! Sono sempre qui!.
Lesta, la donna fece sparire il denaro nel cassetto.
Si diede una gran manata sulle cosce:
Ma va' l che sei fortunato.
Gli prese le mani fra le sue e gli diede la notizia:
Luned sai... Torna Carmela... Giovanni s'illumin:
Chi? La napoletana?.
Maria annu e con gesto consueto sistem il seno abbondante nel reggiseno. Gli consigli di arrivare presto per essere il primo.
Te la trovi bella profumata.
Ancora una volta Giovanni si sent gratificato. In quel luogo si trovava a suo agio, si muoveva meglio che a casa sua. Anzi, da sempre, considerava quella la sua vera casa. La prova era che l non doveva nascondere la mano. Maria indic l'orologio a pendolo. Era tardi.
Giovanni, con rammarico, comprese che se ne doveva andare.
Un bacio di saluto sulla guancia della donna. Tir su il bavero del giaccone. Con passo strascicato attravers l'ingresso bagnato da una luce svanita.
Quando usc, era sera fatta. S'incammin lento, la mano rattrappita nella manica, la testa incassata, attorno, il silenzio di un'altra giornata finita. Lo aspettava una lunga notte uguale alle altre, senza una donna al suo fianco.
Lo scoppiettare del sidecar rimbomb fra le quattro case del paese.
Toni percorse la via principale. Il suo sguardo fu attirato da una giovane sui sedici anni, capelli biondi sciolti sulle spalle. Rallent.
Menico emise un fischio compiaciuto.
Dai che la spaventiamo.
La ragazza allung il passo senza voltarsi.
Toni non diede retta al suo giovane compagno, si ferm davanti all'osteria che sorgeva a met dell'isolato. Menico, allora, lo copr d'improperi. Una cos da quant'era che non la vedevano? Enea apr gli occhi per dire che sembrava gi una vita che non scopavano:
Adesso che la minchiata l'hai detta, torna pure a dormire.
Toni scese dalla moto, si avvi verso l'ingresso dell'osteria, con il solito tono baldanzoso fece segno agli altri due di seguirlo.
Lui aveva sete e tanto bastava.
I tre giovani entrarono nell'osteria. Dietro il bancone, un'unica donna pi larga che lunga, lavava tazze e bicchieri.
Menico picchi la mano sul bancone di legno. Io ci avrei una fame... la donna si annod meglio il grembiule che un tempo doveva essere stato bianco, da un ripiano prese un piatto su cui galleggiavano due panini.
Lo depose sul banco davanti a Menico. Il giovane gir con lo sguardo tutt'attorno al piatto:
Ma questi di quando sono?!.
L'ostessa che interpretava alla perfezione il suo ruolo, rispose con una domanda: E da bere?.
Con un cenno del capo indic ai tre di sedersi. Toni fece roteare una sedia sgangherata. Si sedette, a cavalcioni, appoggi le braccia sullo schienale.
Chiese del vino. Ma di quello buono.
Menico ed Enea pi che sedersi si stravaccarono.
La donna prima di scomparire nel retro volle sapere da dove venivano.
Da dove c' il sole.
sgran gli occhi: Da Napoli!?
Che Napoli! Veniamo dal sole vero... quello che fa le arance rosse come le tue guance.
Toni tronc il dialogo: Sicilia.
L'ostessa, eccitata esclam Sicilia?!.
Altri due o tre minchia e uno scocciato
D un po': ma il vino ce lo porti, s o no?.
La donna quasi si scus prima di scomparire nel retrobottega.
Toni, le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni, raggiunse il cassetto del bancone. Come niente fosse lo apr. Arraff le poche lire sgualcite.
La donna comparve in quel momento. Si blocc sulla soglia. Esclam solo un ohh!!!, accompagnato dal fragore del fiasco e dei bicchieri che si frantumavano sul pavimento:
Ma cosa ca fa... chiel a l' mat! Oh! Mio Dio! Ladri, altro che vino.
Toni non si scompose. Stropicci le cento lire fra pollice e indice. Scosse il capo per dire che quel locale lavorava davvero poco. Come volesse fare un favore alla padrona del locale, toglierle insomma un peso, un fastidio, si mise i soldi in tasca. Guadagn l'uscita camminando all'indietro, strascicando i piedi, imitato come al solito dai suoi due compagni. Ad alta voce disse che il cibo e il vino non erano mica troppo buoni. Si ferm sull'uscio. Intim alla donna di fare silenzio: Mi raccomando... zitta. Guai a te se chiedi aiuto.
Usc. Si accost alla moto seguito dai due compari. Sollev il piede per avviarla. Il grido della donna acceler il movimento.
Salt sulla sella come fosse quella di un cavallo. Menico lo segu sul sellino posteriore. Enea scivol nel sidecar come un'anguilla. Partirono con un sobbalzo. Ma la donna li insegu al grido di Ladri! Ladriii! Prendeteli....
Menico si volt. Estrasse la pistola dalla cintura e fece fuoco:
Ma vaffanculo!.
Al di l della strada, la ragazza dai capelli biondi, lunghi sulle spalle, si volt di scatto. Vide la donna stramazzare in mezzo alla via, come Anna Magnani in Roma citt aperta.
Enea si volt con stupore: Ma l'hai uccisa!.
Toni diede gas. Svolt alla prima via. Inve contro il compagno.
Coglione... Sei proprio un coglione!.
Solo adesso Enea prese a tremare come una foglia, a dire che questa volta erano fottuti, a chiedere come accidenti si sarebbero salvati.
Menico con una gran manata lo obblig a stare zitto, ripeteva come una macchina a molla che non li aveva visti nessuno e quello a ribattere che non era vero, che c'era quella ragazza bionda che aveva visto tutta la scena.
Toni sbatt la mano sull'acceleratore. Ordin ai due di tacere. Usc a tutta velocit dal paese. Imbocc una strada polverosa che si perdeva in mezzo ai campi. Il compagno appollaiato sul sedile posteriore chiese dove diavolo erano finiti. E lui per tutta risposta gli ficc una gomitata nel costato. Per sovrapprezzo aggiunse una sequela di bestemmie che ammutolirono il verde della campagna.
Giuseppe dimostrava meno dei suoi trentotto anni, gli occhi chiari, i capelli neri stirati all'indietro, il viso bruciato dal sole, il corpo agile. Un tipo sicuro, piacente, soddisfatto di vivere, insomma l'esatto opposto del fratello Giovanni. Andava matto per Bartali, tanto che avrebbe voluto fare il corridore ciclista, ma il padre, dopo una prima gara, non gli aveva permesso di continuare: la bicicletta da corsa fu presto restituita a chi gliel'aveva imprestata.
Cos, quando poteva, inforcava la sua vecchia bici, come la chiamava lui, anzi, ci fu un periodo che le aveva persino dato un nome, di donna, naturalmente.
Percorreva le strade che si snodavano fra i campi, immaginava di avere staccato il gruppo e di vivere una fantastica fuga solitaria.
Quel giorno, al contrario del solito, era arrivato in paese. Spingeva con forza sui pedali, si guardava attorno pi che altro per controllare se qualcuno osservava la potenza della sua pedalata.
L'espressione distratta, svagata, dolce si addiceva al suo portamento in un certo senso elegante, malgrado il frusto vestito di velluto.
Aument l'andatura quando al fondo della via vide la ragazza dai capelli biondi correre lungo il muro. Annette!? Annette!. La ragazza non si volt. La raggiunse. La affianc:
Annette, che c'?... sono io, Giuseppe.
Ma non c'era verso, la giovane continuava a camminare a passo svelto, come non lo conoscesse, lei cos giovane con il viso rigato di lacrime, sembrava davvero poco pi di una bambina, tanto da dimostrare ancor meno dei suoi sedici anni. Viveva in paese da poco pi di due anni con la madre, ma non si era mai adattata a quel luogo, persone e cose le sembravano cos estranee. Non aveva amici e non le importava di averne. Aveva abbandonato la sua citt, ancora giovane, per cui non aveva mai avuto il tempo di creare delle consuetudini, dei rapporti in nessun luogo, l'unico vero grande affetto era la madre.
L'uomo scese dalla bicicletta. Si piant davanti alla ragazza.
Voleva sapere la causa del suo comportamento. Per quale motivo piangesse, e fosse scossa da quel tremito privo di senso.
E lei, imperterrita, agitava il capo in un perentorio cenno di diniego.
Mi vuoi dire che cosa diavolo ti  successo?.
Annette cerc di superare l'uomo. Giuseppe le ballonzol davanti. La ragazza cedette. Imbronciata si sedette sul gradino. Giuseppe sorrise. Le mise un braccio attorno alle spalle. Le offr un fazzoletto bianco grande come un lenzuolo. Annette tampon gli occhi arrossati. Un attimo di silenzio: Allora?.
La ragazza scatt in piedi. Sembrava essersi ripresa. Lo fiss. Era successa una cosa brutta ma che non le andava di raccontare.
Tanto brutta?.
Annette non rispose, riprese a camminare in silenzio, Giuseppe prov ad insistere, ma le domande peggioravano la situazione. Riprese la bicicletta, le chiese se voleva salire sulla canna, lui l'avrebbe accompagnata volentieri. Intu che anche quella proposta le dava fastidio, d'altra parte era certo che la ragazza era intimorita e non voleva rimanere sola. Cos le cammin al fianco in silenzio ancora chiedendosi quale fosse l'avvenimento che l'aveva tanto spaventata.
All'angolo della via la ragazza si ferm, lo fiss. Gli disse che poteva proseguire senza di lui, adesso la paura era passata.
Ma Giuseppe non volle crederle. Non avrebbe saputo dire se a vincere era pi la curiosit di sapere che cosa poteva essere successo, oppure la voglia di camminare, di rimanere in compagnia di Annette, del resto, la giovinezza, la spensieratezza della ragazza lo rallegravano anche in quel frangente, cos anche quella mattina era certo che l'attimo di spavento vissuto dalla giovane sarebbe presto passato e, prima o poi, lei gliene avrebbe parlato.
Smangia, usc dal mattatoio, con un quarto di bue sulla spalla. Come sempre i suoi movimenti erano indifferenti al peso. Adagi il carico sul pianale del furgoncino.
Oreste Patrucco chiese Sto tc-si vjre a pisa?.
Smangia, palleggi due volte il trancio di carne e sentenzi: settantasei, il macellaio aggiunse settantasei chilogrammi e due etti, gli diede una manata sulla spalla: It ses 'n fenomeno. Soddisfatto del lavoro, sal al volante.
Come sempre sporse la mano dal finestrino, fece ciao ciao, indoss un ampio sorriso sulla faccia ingabbiata da vasi sanguigni troppo rossi ma, di uno straccio di mancia, neanche parlarne.
Mise in moto. Imbuc la strada statale accompagnato dall'ansimare del motore.
Toni, alla guida del sidecar, malediva il giorno che aveva preso con s Menico. Ma quello non si scompose neppure un po', infastidito soltanto dall'aria che gli scompigliava i capelli. Del resto, il cinismo era l'unica arma che lui e i compagni avevano per scivolare sulla loro vita disgraziata.
Due fari tondi tondi e un muso nero erano comparsi nello specchietto retrovisore della motocicletta.
Enea si volt e con tono ingenuo disse che erano scortati: I caramba li hai visti?.
Toni rig l'aria con un sonoro Sta zitto.
Ruot la manopola dell'acceleratore fino a farsi male al polso. Si pieg per tagliare l'aria, affront le curve al massimo della velocit.
Cos come era comparsa, dal retrovisore, scomparve l'immagine nera degli inseguitori.
Toni abbandon, per un attimo, il manubrio. Sollev il pugno chiuso. Url di gioia. Ce l'aveva fatta a seminarli. Altre due curve a tutta velocit.
Usc dalle due curve ad esse della strada, per imboccare il tratto rettilineo.
Un sonoro merda gli riemp la bocca.
La camionetta dei carabinieri era l, davanti, a sbarrare la strada.
Non si chiese neppure come accidenti avessero fatto quelli a trovarsi l, di certo la benemerita conosceva una scorciatoia che tagliava curve e controcurve e scendeva a precipizio fino a quel punto.
Il sidecar, nel tentativo di aggirarli, usc dalla strada. Sembr reggere ai sobbalzi del terreno accidentato. I carabinieri intimarono di fermarsi. Spararono alcuni colpi in aria. Toni ricuper il centro della carreggiata. Affront la curva a gomito a una tale velocit che la ruota del sidecar si sollev di una spanna da terra. Fu costretto ad allargarsi tanto da invadere l'altra met della strada.
Nello stesso istante, dalla parte opposta sopraggiungeva il camioncino di Oreste Patrucco che sband, una, due volte ma ce la fece a rimanere in assetto al centro della strada.
Il sidecar, al contrario, per evitare il mezzo, zigzag paurosamente. La motocicletta vol fuori strada. Si rovesci. Rimbalz gi dalla scarpata.
Toni e Menico furono sbalzati via, rotolarono lungo il pendio con il sidecar. Si arenarono in un avvallamento del terreno. Si guardarono stupiti di essere vivi. Si rialzarono. Senza una parola s'allontanarono di corsa con grandi balzi, inseguiti dalle disperate grida di aiuto di Enea. Il pi giovane dei tre era bloccato sotto il sidecar, il braccio destro schiacciato dal peso del motore.
Toni rallent la corsa indeciso sul da farsi.
Sapeva che, se fosse tornato indietro per aiutare Enea, rischiava di essere beccato. Ancora alcuni metri di corsa fino a che si ferm. Richiam, il compagno gi arrivato a met del campo di barbabietole: Menico! Menico! Enea c' rimasto!.
Menico non aveva nessuna voglia di tornare sui suoi passi, ma un secondo richiamo lo fece desistere dalla sua volont. Ritorn di corsa bofonchiando: Che stronzo!.
I due non fecero neppure in tempo a raggiungere la moto che, dall'alto del pendio, giunse l'intimazione: Fermi dove siete o spariamo.
I due alzarono lo sguardo. Sul bordo della strada erano schierati quattro carabinieri con le armi spianate. Enea continuava a lamentarsi, supplicava che lo tirassero fuori. Il braccio gli faceva un male cane. Toni e Menico si avvicinarono per aiutare l'amico.
Un colpo risuon nell'aria: Minchia!.
Un secondo avvertimento imped loro di fare un altro passo.
Toni, mani alzate, con un cenno, indic il compagno schiacciato dal peso della motocicletta. I carabinieri, armi spianate, scesero lungo il pendio, incuranti delle grida del disgraziato. Giunti a pochi metri, ordinarono di tirare fuori il giovane da sotto la motocicletta.
Toni da una parte e Menico dall'altra, sollevarono a forza il sidecar. Estrassero il compagno oramai esausto. Menico tocc il braccio ferito ed Enea emise un urlo.
Rotto ! disse il pi giovane dei militari. I tre furono ammanettati, fatti risalire su per il pendio e caricati sulla camionetta, gesto gentile fu di lasciare libero il braccio ferito di Enea mentre quello sano venne ammanettato a quello di Menico che si ribell, ma non ci fu niente da fare.
Nino, al fondo del mattatoio, rovistava fra gli oggetti accatastati sul banco di legno, come ogni giorno fra una bestemmia e l'altra interrogava se stesso su dove diavolo avesse messo i proiettili.
L'espressione vuota di Smangia lo fece desistere:
Chiedere a te  inutile....
Riprese a cercare nel disordine del banco:
Ma, andova i l'hai butai.
Smangia si avvicin con la pistola ammazzavitelli, in mano. Indic la scatola bianca che troneggiava proprio al centro del banco e con voce ingenua disse:
La carico io.
Nino gli strapp di mano la scatola:
Dio fa', ma non potevi parlare prima?  un'ora che cerco 'sti balin da s-cip Dio fa' d'un Dio fuss.
Gli prese anche l'arma.
Ti it sas nen coma ch'as fa. Guarda bin, n... vrda e impara, n!.
Spalanc l'arma e con gesti nevrastenici ci ficc dentro il proiettile.
It l'has cap coma ch'as fa? Hai capito come si fa a caricarla?.
Smangia annu. Non solo non aveva la pi pallida idea di come si aprisse l'arma, ma neppure di che cosa stesse dicendo il suo padrone, non perch non capisse il dialetto ma perch per la rabbia parlava troppo in fretta e la sua comprensione, come i suoi riflessi, era lenta.
Nino, pi calmo: Di, valo pij, che ti faccio vedere io, come bisogna fare. E Smangia raggiunse il vitello legato all'anello della parete laterale. Lo trascin nell'apposito spazio. Il pavimento era bagnato.
Nino palleggi la pistola:
Non devi stringere troppo, n troppo poco... come fosse il collo di una donna....
Gli porse l'arma che aveva una canna grossa e pesante:
It l'has cap?.
Smangia annu, ma non impugn la pistola. Esib il pugno chiuso.
Sollev in alto il braccio a significare che lui le bestie le uccideva cos, con un pugno, aveva sempre fatto in quel modo e in quel modo voleva continuare a fare. Nino scosse il capo: Dai Smangia, fai come dico... devi imparare, no?.
Il gestore del mattatoio piazz la canna della pistola fra gli occhi del vitello bianco: It vdde, la devi appoggiare qui... Cinque centimetri dall'occhio destro... cinque dal sinistro... Non ti puoi sbagliare....
Gli porse la pistola Di, falo fra.
Per la seconda volta Smangia rifiut l'arma. Guard il vitello, avvicin il proprio volto al muso rosa della bestia: Questo no.
Nino lo guard sorpreso:
Ma t'ses fl?... adesso ci mettiamo a scegliere i vitelli?!.
Smangia accarezz il muso dell'animale e con lo sguardo perso nel vuoto mormor: Ma, mi guarda.
Nino non si commosse certo pi di tanto. Ordin al giovane di tenere ben fermo l'animale e gli sistem di nuovo la pistola in mezzo agli occhi.
Il colpo rimbomb in modo assordante.
Il vitello croll al suolo sulle ginocchia. Rimase un istante a fissare il suo assassino, quindi si abbatt su un fianco. Il sangue arross il rivolo d'acqua che scorreva nella canaletta centrale.
Smangia si ritrasse. Si gratt nervosamente. Nino soffi nella canna dell'arma. Gli grid: Prtlo via, che dopo faccio i quarti.
Smangia si chin. Pass una mano sul muso dell'animale. Non era una carezza, ma un modo per ridargli vita o, quanto meno, per stargli vicino ed accompagnarlo in un luogo che non conosceva.
L'occhio sbarrato dell'animale lo fissava. Smangia istintivamente glielo chiuse, come si fosse trattato di una persona.
Il gestore del mattatoio registr alcuni dati su un quaderno. Mise in ordine le ultime cose. Infil il giaccone di panno. Si avvi verso l'uscio gridando: E bogia... Ti vuoi muovere, s o no?... Che ce ne andiamo!.
Smangia trascin il vitello appena ucciso, senza alcuno sforzo.
Lo richiuse nella ghiacciaia di legno. Con passo sconclusionato, raggiunse il padrone. Usc. Attese che Nino chiudesse il portale di ferro con quattro giri di chiave. Salut con un bofonchio. Si gratt. Inforc la bicicletta accostata al muro. Si allontan premendo sui pedali senza sedersi sul sellino.
Il sole era basso sull'orizzonte.
Il tramonto rese pi intensi i colori dei vestiti appesi all'interno del negozio stretto e lungo.
Elide, la merciaia, ogni volta si dispiaceva del suo nome. Ricordava che glielo avevano appioppato per il solito motivo: la nonna e la nonna della nonna portavano quel nome. Una moda cos idiota! comment con tono filosofico.
Terminata la lamentela, osserv Angela che usciva dallo sgabuzzino di prova. L'accompagn di fronte allo specchio.
Le gir attorno lisciando la stoffa del vestito grigio con una serie di piccoli tocchi. Come era solita fare, si sciolse in mille complimenti. Angela non sapeva decidere e chiese consiglio. Meglio l'abito che indossava, oppure era pi nuovo l'abito blu con disegni damascati, adagiato sul banco di vendita?
Questo che ha addosso  pi adatto alla cerimonia, j sta cos bin che sembra fatto su misura.
La merciaia prosegu incensando anche l'abito damascato, ridendo, insisteva perch li acquistasse entrambi.
Angela rispose che era gi un miracolo se riusciva a prenderne uno, erano anni che non si comprava un vestito. Del resto, per un'occasione simile, non ne poteva certo fare a meno. Si tocc il vestito in vita:
Lo stringerei appena... poco poco.
Era segno che la scelta era stata fatta e avrebbe comprato.
Per dimostrare che non era poi cos interessata alla vendita, la merciaia prese gli spilli con lentezza: era una delle tante astuzie tipiche della commerciante esperta:
Ma davvero lo vuole riprendere?.
S preferisco....
Elide, uno spillo in bocca, l'altro fra pollice e indice, si inginocchi:
Ma mac na frisa... poco poco, se no, me lo rovina... a lo ruin-a prpi.
Nello stringere il vestito, Elide disse alla cliente che era dimagrita in poco tempo, insomma, da quando era arrivata in paese.
Angela analizz il proprio viso allo specchio. Constat che era vero. Le guance erano pi scavate, gli zigomi appena pi sporgenti. Naturalmente la colpa era del tipo di vita che era costretta a condurre, la sveglia all'alba, il poco denaro, la precariet del giorno per giorno, il desiderio che la figlia non dovesse soffrire della situazione.
Non confid certo quali erano i reali motivi, cos intimi, cos difficili da confessare persino a se stessa.
La merciaia, con la consueta frase sugli anni che passavano e pesavano, esamin allo specchio la sua opera.
La cliente si gir su se stessa, controll il vestito anche da dietro.
Sorrise compiaciuta, ed Elide si compliment, dicendo che era cos bella quando sorrideva. Per la contentezza le appunt sulla scollatura una spilla fatta di finte camelie bianche:
Questo, se permette,  il mio regalo... con tanti, tanti auguri.
Angela la ringrazi con un bacio. Con occhi umidi, ricord che lei i fiori delle camelie li coltivava. Per lo stupore, la merciaia esclam un banale: Ma davvero?.
Volle sapere dove e quando. Sarebbe stato un ottimo materiale per i pettegolezzi dei giorni successivi.
Tutto era avvenuto tanto tempo prima, Angela abitava in Provenza non lontano dal mare, dove il sole era caldo tutto l'anno e lei era cos giovane e stava cos bene: Mi chiamavano la signora delle camelie....
La merciaia avrebbe segretamente voluto sapere il motivo per cui Angela aveva abbandonato il luogo dove era cresciuta. La risposta arriv spontanea quanto triste e piena di nostalgia. Nomin Jean Claude, l'uomo che aveva amato, con cui aveva avuto Annette. Il periodo felice. Ma un giorno, all'inizio della primavera, il suo Jean era uscito di casa dicendo che era arrivata la nuova stagione, l'aveva abbracciata forte, si era allontanato con un passo lento, poi sempre pi veloce e non l'aveva pi visto. Elide, con la bocca socchiusa dallo stupore, mormor che era come succede nei romanzi. Gi, ma nei racconti d'amore tutto finisce bene. Beh! in fondo, anche per Angela, il finale adesso era pi rosa.
Elide si dimostrava interessatissima, come succede quando si partecipa alle vicende degli altri come spettatori.
Angela, con un sorriso pieno di tristezza, disse che forse anche per lei era giunto il momento di affrontare una nuova vita. Ne era davvero certa?
Aveva compiuto la sua ultima scelta in modo affrettato, per uscire da una situazione difficile, nel tentativo di rimettere in carreggiata una vita faticosa.
Elide le strinse le mani, con sincerit e affetto mormor: Buona fortuna.
Ad Angela s'inumidirono gli occhi, ma fu attratta dal riflesso del grande specchio, vide la sagoma di un uomo anziano, i capelli candidi, la pelle rugosa e abbronzata. Era Battistin, attraversava la strada davanti al negozio, era ancora un bell'uomo che esprimeva forza e imperiosit. Si appoggiava a un nodoso bastone pi per vezzo che per reale necessit.
La merciaia segu lo sguardo della cliente. Osserv l'uomo approdato al marciapiede: Suo suocero!.
Angela sorrise divertita. No! Non ancora.
In effetti ci sarebbero voluti alcuni giorni prima che lo diventasse.
Elide, abbass il tono di voce, rivel, come si trattasse di un segreto, che l'uomo si recava dalla postina una volta al mese, e sempre a quell'ora.
Curioso il pettegolezzo, in realt era spontaneo chiedersi per quale motivo un uomo d'et si recasse ogni mese a incontrare la postina del paese. Scaturiva spontanea un'unica domanda.
La merciaia si schiar la voce, cambi discorso:
Allora lo stringiamo e per dopodomani il suo vestito l' bele che pronto.

C' la camionetta dei carabinieri ferma davanti alla caserma.
Stringo i freni della bicicletta. Mi fermo. Mi piace guardare i soldati che hanno delle righe rosse sui pantaloni. Hanno sempre il cappello in testa.
Dal finestrino dietro, gridano. Gridano tanto. Vedo le facce di tre giovani schiacciate contro la grata arrugginita che si apre in alto nel fianco del mezzo. Mi guardano, ridono e gridano. Dicono di scrivere quando arrivo. Dicono anche che Coppi e Bartali mi aspettano. Io non so chi siano Bartali e Coppi. Io non so scrivere. Ho chiesto se mi aspettano davvero. Mi hanno detto di s, che mi aspettavano per darmi un calcio in culo.
Ero contento che quelli, da l dentro, mi avessero parlato.

Due guardie spalancarono il portone. La camionetta dei carabinieri, con un sobbalzo, si avvi e spar nella penombra del cortile per portare Toni, Menico ed Enea all'interno della caserma.
I tre sapevano che l dentro ci sarebbero rimasti poco tempo, presto sarebbero stati trasferiti nel carcere di Torino.
Il vecchio casale che in paese era conosciuto come Ca' Odasso, sorgeva isolato sull'alto della collina. Due piani con stalla e fienile. Le pareti in mattoni scuriti dal tempo, il tetto, sbrecciato agli angoli, infossato al centro, denunciava una situazione economica non esaltante.
Il piano terra era tutto dedicato alla cucina, invasa dall'imponente camino. Un paiolo nero appeso a una catena affumicata, dondolava sul fuoco sempre acceso.
Maria, una donna magra, all'apparenza fragile, segnata da un'espressione che dimostrava la capacit di contrastare le avversit, il viso appena arrossato dal calore, era china a mescolare polenta. Ogni giorno lo stesso men: polenta condita con polenta.
In autunno la variante era un pugno di castagne.
Battistin, il marito, tentava di sostituire la valvola di una vecchia radio.
Bestemmiava, come suo solito. Improvviso, l'altoparlante, fasciato da una garza polverosa, emise un informe gracchiare.
L'uomo batt il pugno sulla radica: Gnente da fe'. A l' da camp via.
Maria fu pronta a sfruttare la frase del marito. Diede sfogo al pensiero di tutta una vita. Tutto l dentro era da sbattere via. E non soltanto gli oggetti. La reazione fu un'altra forte manata sul fianco dell'apparecchio. La voce di uno speaker si diffuse nella cucina:
... Sono trascorsi quasi sei mesi dalla Liberazione, ma nella Val d'Ossola ci sono ancora gruppi di partigiani che vogliono continuare a combattere contro la monarchia....
Battistin si volt verso la moglie: T'l'has vist? A fonsion-a... Funziona, altro che bale! Poi rivolto allo speaker: Mac che questo qui non sa cosa dice. Al re Vittorio a l' n picio e a va a pieslo ant'al cul bele da sol.
Con uno scatto nervoso spense la radio. Guard oltre alla finestra e vide Smangia arrivare nell'aia del cascinale, scendere dalla bicicletta, correre verso il bastardino nero che gli scodinzolava fra le gambe.
Il giovane prese la bestiola fra le braccia. Lo accarezz. Gli parl con dolcezza. Lo aveva chiamato Cane per il semplice motivo che era una delle poche parole che conosceva.
Smangia entr nella cucina. Salut con un cenno il padre e la madre, respir la solita aria di isolamento, avvert quanto la sua presenza creasse disagio. In sostanza non era un figlio, ma un sopportato. Anzi un mal sopportato con l'obbligo di lavorare sempre e comunque in cambio di un giaciglio.
Le uniche parole che gli venivano rivolte erano sempre e soltanto degli ordini: in sostanza Smangia era vissuto come un aiutante non come uno della famiglia. Anche questa volta, gli fu chiesto se aveva portato il cibo per i cani.
E lui rispose con un mugugno informe, si avvicin al paiolo che pendeva sul fuoco del camino, intinse l'indice nella polenta e se lo port alla bocca che pendeva sul fuoco del camino. Si pul le dita sulla maglia gi bisunta.
I rimasugli di poltiglia gialla, appiccicati all'indice, li sfreg sul tessuto ruvido del gil. La madre gli percosse la mano come si trattasse di un bambino: Tanto, lavi tu vero?.
Smangia si ritrasse. Si gratt la testa. Si appiatt in un angolo. Prov a pulire i vestiti fregando con le mani unte.
Maria osserv, con attenzione, le patacche scure, sui vestiti del giovane. Attu il suo solito sistema che era quello di sussurrare le parole come se parlasse a se stessa ma con quel tanto di volume che permettesse anche al marito di ascoltare il suo pensiero. Era un modo per rimanere isolata, per non incorrere nella reazione del marito, un metodo che certo non sempre funzionava.
Questo qui a pensa mac a mangiare!.
Il padre non fece neppure caso alla sporcizia che si accumulava sul gil del figlio, ma torn a incalzarlo:
Anlora, balengo d'n balengo, hai portato ij oss, s o no?.
Maria non perse l'occasione di denigrare quello che avrebbe dovuto essere accettato come un figlio.
Ma it lo sas che a l' fl. Mica si ricorda!.
Smangia, incurante degli insulti, tir fuori, dalla tasca sfilacciata un pacco avvoltolato, in malo modo, in un foglio di giornale. Lo depose sul tavolo e si ritrasse come un animale impaurito.
L'uomo agit il pacco sotto il naso della moglie. Hai visto?.
Due spinoni dal pelo giallo sporco, accucciati sotto il tavolo, si alzarono dondolando. Si sfregarono pesanti contro le gambe del padrone.
Battistin svoltol il pacco. Gett ossa e pezzi di grasso in una ciotola di alluminio. Con una pacca sul dorso dei due animali li esort a mangiare. Soddisfatto li guard addentare le ossa. Gli parl come fossero persone. Del resto si rivolgeva volentieri soltanto ai suoi due spinoni.
Annunci che l'indomani sarebbero andati a caccia.

Non potevo mica tanto rimanere in quella cucina. A me piaceva di pi stare fuori. Non mi piaceva quella donna che ero stato costretto a chiamare mamma. E poi non mi piaceva vedere mio padre che dava da mangiare ai cani e gli parlava. A me non parlava mica mai. Se lo faceva era per farmi lavorare, per darmi degli ordini. E poi sempre gridando, sempre arrabbiato proprio come se abbaiasse. Forse stava troppo con i suoi cani.
Ma appena ho cercato di andarmene ha alzato la testa e mi ha chiesto dove andavo: Di'! Andova d vas?.

Incapace di reagire, Smangia rispose con un gesto e indic l'aia. Il padre lo incalz: It penseras pa' che tela togli con doi oss per i can?.
Si infil il consunto giaccone di velluto, diede una seconda pacca ai cani, prese il figlio per la manica:
Di, che it l'has da travaij. Troppo comodo fare niente, n!?.
I due, uno dietro l'altro, attraversarono l'aia. Raggiunsero il mucchio di legna accatastata sotto la tettoia arrugginita.
It la s-cipe... La spacchi tutta e metti i pezzi in ordine: un an s'l'autr... uno sull'altro, ma bene n? non come tuo solito alla v coma la v.
Smangia lo guard fisso. L'espressione atteggiata nel solito sorriso inespressivo. Vide il padre impugnare l'accetta, palleggiarla e ficcargliela in mano: Hai capito?  facile n! Smangia annu. Ma rimase immobile.
Battistin, spazientito, sput due Cristo!. Prese un pezzo di legno, lo appoggi in verticale sul tronco d'albero decapitato. Un colpo d'accetta preciso, spacc il legno in due met.
Rimise l'accetta nelle mani del figlio: Di! Bogia... Muoviti!
Giuseppe, t fratel, as mria fra tre d... Hai capito! Giuseppe si sposa fra tre giorni e bisogna che tutto sia pronto... Veuij pa' fe bruta figura.
Smangia rinnov lo stesso gesto. Con foga crescente si mise a spaccare un pezzo di legno dopo l'altro.
Toni, in piedi su uno sgabello, guard fuori dalla stretta finestra che si apriva nella parte alta della cella. Si volt per dire ai due compagni sdraiati sulle brande a castello: Bella Torino! Sai che si vede il mare di qua?.
Enea sollev il braccio ingessato: Ma davvero?.
Toni salt gi e sarcastico aggiunse: S! Di merda... Un gran bel mare di merda. Lo sportello metallico incastonato nella porta si spalanc. Il braccio del secondino introdusse, una dopo l'altra, tre ciotole di una zuppa verdastra. Toni le sbatt sul traballante tavolino. S'infil il tovagliolo nel colletto della casacca a righe: ...E voi, non mangiate?.
Menico, disteso nella branda con le mani dietro la nuca nello stesso modo di Enea, si volt appena per dire: Pasta con le sarde?.
Toni non termin neanche di masticare. Sput nel piatto il primo boccone. Menico si sollev sui gomiti. Serio in volto lanci il suo quotidiano Minchia e aggiunse: Non gli hai detto che a te piace al dente?.
Toni si alz senza dire una parola. Rovesci il cibo nella tazza del gabinetto. Si piant al centro della cella. Si guard in giro: il tavolo traballante, la branda arrugginita, i muri grigiastri graffiati dal tempo, il timido raggio di luce che pioveva obliquo dalla finestrella in alto. Come un professore d'altri tempi fece un gesto, per lui anacronistico, si strinse con pollice e indice le narici, con tono serio e voce sicura mormor: Non so voi, ma io, qua dentro, ci sto poco....
Enea, a fatica, si mise a sedere sul bordo della branda, agit a fatica il braccio ingessato. Facile a dirsi, ma lui come avrebbe fatto a tornare in quattro e quattr'otto al lavoro?.
Menico balz dalla branda. Intanto, importante era andarsene di l , per il braccio non c'erano problemi, ci avrebbe pensato lui, due belle martellate e il gesso non c'era pi. Enea ringrazi e si stese di nuovo pensando come avrebbe potuto tirare avanti senza il braccio destro. Toni lo rincuor dicendo che ogni male non veniva mai per nuocere. Avrebbe imparato a farsele con la sinistra. Sal ancora una volta sullo sgabello per tornare se non altro a guardare fuori e inventarsi un'idea che permettesse di abbandonare quel maledetto luogo.
Era oramai buio pesto.
Smangia lavorava ancora sotto la sgangherata tettoia della legnaia. In canottiera, i capelli arruffati, la fronte e le spalle lucide di sudore.
Imperterrito, un colpo dopo l'altro, spaccava la legna.
Colpi continui, ininterrotti facevano volare all'intorno pezzi tagliati e schegge. A tratti, con il rovescio della mano, si asciugava la fronte.
Guardava con attenzione Cane, che a sua volta lo guardava, accucciato sulle zampe posteriori.
Subito riprendeva a menare colpi forsennati. E le schegge riprendevano a volare tutto all'intorno.
Sarebbe stato difficile capire se tanta alacrit e solerzia nascessero dalla paura oppure se agisse come un automa, incapace di smettere se non quando un qualcuno glielo avesse ordinato,incapace di sentire la fatica, incapace di sentire la noia per un gesto ripetuto, incapace di avere un desiderio suo, soltanto suo.
La canonica era fasciata da mobili di legno scuro intagliati su un modello barocco, ma che di quelle curve, controcurve, sporgenze aveva ben poco se non presunte proporzioni.
Maria era in piedi al centro dell'ambiente, illuminata dalla luce dorata filtrata dalle vetrate finto gotico. Sembrava una moderna statua lignea del dolore.
Quello era l'unico luogo in cui si sentiva in pace con se stessa, avvertiva una sensazione di dolcezza, di piacere, tanto che pensava che quella doveva essere la felicit.
Ancora una volta, era certa di avere sbagliato a non intraprendere la carriera religiosa, ricordava che quando era giovane era attratta dall'abito lungo e nero delle suore, da quella fascia di stoffa bianca che stringeva le gote. Poi un giorno, non ricordava neppure quanti anni avesse, certo pochi, il padre le aveva portato in casa quell'uomo di un paese vicino. Per questo non lo aveva mai visto, poich lei da quelle quattro strade non si era mai mossa. Le era stato detto che entro due mesi quello sarebbe stato suo marito. In cambio veniva data una mucca ancora giovane. Fu stappata un'unica bottiglia di barbera.
Maria ricordava che il vino le aveva macchiato il grembiule e che era stata costretta a bere di un solo sorso l'intero bicchiere. Sentiva ancora sulla lingua il gusto spesso e acre del liquido. Per scacciare il lontano ricordo, la mente correva a pensare a Giovanni e a Giuseppe, i suoi figli: il terzo, Smangia, non lo considerava tale.
Al solo nominarlo, le veniva l'affanno. E con affanno poneva le sue domande a don Erminio, il parroco, alto, allampanato che la fissava leggermente curvo su se stesso.
Era ansiosa di sapere che notizie aveva raccolto su quella donna e scandiva, con accezione negativa, la parola donna. Non la nominava. Solo pronunciarne il nome, quel nome, le creava fastidio, la indisponeva. Quanto stava per succedere nella sua casa, in Ca' Odasso, la rendeva irrequieta, non le sembrava possibile, era pronta ad aggrapparsi a tutto e tutti per impedirlo.
Don Erminio, i pochi capelli bianchi gonfi sui lati della testa, si strofinava le mani in un gesto consueto. Si passava la lingua sulle labbra rosate. Soppesava le parole con discrezione, con timore, le sceglieva una ad una, raccontava che quella donna, cio Angela, aveva avuto una vita difficile, travagliata, che aveva lottato per crescere la piccola Annette nel migliore dei modi.
Il parroco nell'assaporare la pausa che dava peso a quanto stava per dire, osserv il canestro di uova fresche lasciato da Maria sul tavolo di noce.
Timbr l'aria con la migliore affermazione a disposizione: Angela  una donna di fede... Lei, per questo, deve stare tranquilla....
Maria scosse il capo e si lasci cadere sulla panca: Non ci riesco... Lo vorrei tanto, ma non ci riesco.
La donna strinse con ansia le mani del prete:
Don Erminio quella donna ci porter il diavolo in casa.
Il prete fece un leggero passo indietro. Cerc ancora di dissuaderla dall'idea, di convincerla che Angela era un'ottima persona, sfortunata forse, ma di buon cuore. La invit a scandire il nome che non aveva mai pronunciato: A n g e l a.
Maria chiuse gli occhi. Si port la mano alla fronte come avesse un leggero malore. Il prete si premur di offrirle un bicchiere d'acqua. La donna lo rifiut. Sollev lo sguardo.
Ma lo sa che ha avuto una figlia senza essere sposata?.
Il prelato era al corrente di ogni cosa, si era bene informato.
Di Angela adesso conosceva vita morte e miracoli, sapeva che da piccola era emigrata dall'Italia con la famiglia, il padre aveva trovato lavoro da carpentiere a Aix-en-Provence. Lei era cresciuta l. All'et di vent'anni si era trasferita a Lione, aveva iniziato a studiare, presto era stata costretta a interrompere gli studi per mantenersi.
In seguito aveva abbandonato Lione per andare a vivere in Provenza.
Maria fu pronta a chiedere il motivo di quel girovagare, di quel continuo cambiare citt: Lo vede, lo vede a l' una zingara, glielo dico io che  una zingara... io non mi sono mica mai mossa di qui.
Don Erminio ribad la vita difficile della donna, ne conferm i principi onesti fino a sottolineare un'unica verit: ...e poi mi creda, Giovanni ha bisogno di una donna vicino.
Maria, a questa frase, trov addirittura il coraggio di alzare la voce:
Non quella... e peui, ant la ca', ij son mi....
Con l'indice si picchi il petto, ribad la frase in uno stentato italiano:
In ti quella casa, a Ca' Odasso, ci sono gi io a fare... a fare tutto.
Don Erminio consol la donna dicendo che avrebbe continuato a farlo, che non sarebbe cambiato nulla, ma occorreva comprendere che una moglie fa anche i figli e Giovanni aveva pi di quaranta anni, non aveva mica pi tanto tempo per diventare padre.
Maria si alz sempre pi angosciata, sollev i capelli grigi che le avevano invaso la fronte, alz le braccia al cielo:
Oh! Per carit manca solo pi quello.
Don Erminio, con voce flautata disse che i bambini sono come il raccolto: non se ne pu fare a meno. Disegn l'aria con il segno della croce. La conged, certo che tutto si sarebbe risolto per il meglio. La donna si asciug una lacrima. Ringrazi per essere stata ricevuta. Si scus di avere persino alzato la voce. Accenn un inchino. Socchiuse gli occhi nel sentire il pollice del prete che ripeteva il segno della croce sulla sua fronte. Un secondo inchino e si diresse verso l'uscita a passi brevi quanto veloci.
Smangia trasport fuori dalla cucina il lungo tavolo di noce.
Giuseppe lo seguiva con oggetti pi leggeri.
Giovanni al centro dell'aia lanciava ordini inutili, insomma sovrintendeva l'operazione come pretesto per non fare nulla. D'altronde se qualcuno avesse azzardato a farglielo notare sarebbe stato pronto a ribattere che quella che si andava organizzando era la festa del suo matrimonio, mica balle. E se qualcuno tentava di dare una mano a Smangia gli intimava di lasciare perdere, suo fratello ce la faceva benissimo da solo.
E Smangia, nella sua ingenuit, sorrideva certo che quello fosse un apprezzamento della sua forza.
Il giovane, sempre seguito da Cane, attravers tutta l'aia.
Trasport il tavolo, come fosse un fuscello, fin sotto il pergolato.
Giovanni allontan la bestiola con un calcio. Con quella roba fra i piedi non si poteva lavorare.
Cane gua. Si and a rifugiare fra le gambe del suo padrone.
Smangia prese a grattarsi nervosamente. Non ebbe la forza di reagire.
Giuseppe ne prese le difese. Tent di smorzare i toni come era solito fare: Ma dai, lo sai che ci  affezionato.
Il fratello non accett l'intromissione, disse al fratello che aveva il vizio di mettersi in mezzo. E te, di fare il furbo!.
Smangia si gratt rabbiosamente. Gli occhi rivolti al suolo.
Balbett: N... n... on... fa... farlo... ppp... pi. Il fratello rise. Gli piant l'indice sotto il mento: Perch, se no?....
Battistin usc dalla stalla. Sbatt il suo bastone dal manico ricurvo sulla losa del muretto. Grid che era ora di finirla. Giovanni si allontan. Si volt solo per replicare al padre: Ma dije che as bogio, se no, s-ciau matrimni!.
Entr nella grande cucina. Guard la madre intenta a cucire. Batt la mano sana sul polso di quella anchilosata.
A indicare di muoversi, a dire che era lui a comandare, a far capire che in qualche modo doveva rivalersi dello strapotere del padre. A mettere fretta, a voler sapere se i pantaloni erano pronti. Maria sollev il capo. Gli occhi, un tempo neri e profondi, si erano ingrigiti, di scuro era rimasto solo il tessuto dei pantaloni.
Tranquillizz il figlio. Mancavano pochi punti. Riprese a cucire veloce. Come fosse una litania lament che fra tante donne che c'erano in paese aveva dovuto andarsi a prendere proprio quella, in pi con una figlia gi alta e poi, se il marito se ne era andato, qualcosa aveva ben voluto dire, no?
Giovanni, strafottente solo con chi sentiva pi debole: Se a te non piace, mi, me ne sbatto le balle! A va bin!.
Oltre a dire che a lui quella piaceva, aggiunse che una donna valeva l'altra. E poi, lei che cosa ne sapeva della sua vita?
Ne sapeva eccome, certo molto di pi di lui che gli era bastato vedere sbattere le palpebre due volte e non ci aveva capito pi niente, si era fatto turlupinare come un ragazzino alle prime armi.
La madre si chin di nuovo sul cucito, un punto dopo l'altro, come le sue parole. Quella,  gnanca italiana.
Ma chi ti ha raccontato una baggianata del genere, a l' andaita in Francia da piccola, ma  nata in Italia... Parla o no italiano?. Mi la capisu nen... non la capisco. Cosa vuoi che ti dica... Chiss cosa ch'a mangia! si alz. Tese i pantaloni al figlio. Preuvie un po'. Giovanni li infil con la difficolt procurata dalla sua mano anchilosata. Ci ballava dentro.
Come avrebbero potuto andargli bene quei pantaloni indossati dal padre quando si era sposato, quaranta anni prima? Maria gli gir attorno. Prese la stoffa in vita. La raggrinz. Li imbast con una fila di spilli che scendevano sul fianco, gi gi lungo la gamba. Li avrebbe ancora ripresi e gli sarebbero calzati a pennello: Lascia fare a me, che vengono pi che bene.
Giovanni, per tutta risposta, la mand a quel paese.

Adesso  gi un po' che sono seduto. Non so mica cosa aspetto. Mio padre quando entr in chiesa teneva il braccio di Angela come fosse il fucile da caccia. Inciamp nel gradino. E fu Angela a sostenerlo. L'organo si mise a suonare. Lui tir indietro le spalle come fosse a una parata militare. E la marcia nuziale, di uno che non so come si chiamava, suonata male, riempiva tutto lo spazio della chiesa che sapeva da matti di incenso. E si sentiva fino a fuori dove ero io.

Giovanni era in piedi davanti all'altare, imbalsamato nell'abito scuro troppo largo, la mano rattrappita era tenuta dentro la manica come fanno i polli quando dormono. Osserv Angela avanzare al fianco del padre nel corridoio principale della chiesa. Maria era nella prima fila. Vestita dell'unico abito che possedeva: quello del suo lontano matrimonio. Nonostante la magrezza, le stava stretto. Al fianco della donna c'era l'altro figlio Giuseppe e una smarrita Annette, la figlia di quella che si sposava. Una situazione che alimentava i bisbigli dei pochi presenti. La ragazza aveva capelli biondi, lunghi e sciolti sulle spalle cosa che in paese non si era davvero mai vista. Qualcuno diceva che se le fossero cresciuti ancora un po'avrebbe finito per inciamparsi. E gi a ridere.
Battistin pi che mai impacciato lasci il braccio della sposa al figlio. And ad affiancare la moglie che sotto l'alta volta dava l'impressione di essere ancora pi piccola.

Vedevo Giovanni e la sposa di spalle. Angela era bella, anche da lontano. Il prete muoveva la bocca. Non sentivo mica cosa diceva. Ma anche se avessi sentito non avrei mai capito niente. Non capisco niente quando mi parla. Mi dice sempre di essere bravo, ma perch lo dice a me e non agli altri che con me non sono mai stati bravi?
Dentro la chiesa nessuno rideva, eppure era una festa. Giovanni faceva s con la testa e non si fermava pi. A Maria tremavano le spalle, forse piangeva, ma di sicuro perch ci stava male. Nessuno sta bene. Io, poi, sto pi male di tutti. Meno male che ci ho Cane: se non ci fosse lui, non potrei mica stare l, a Ca' Odasso. No, devo dire che adesso va un po' meglio, perch c' Angela e anche Annette mi piace e non tira calci.

Don Erminio, il messale fra le mani, recit le parole di rito. Chiese ad Angela Colletta se voleva come marito Giovanni Odasso.
Lei rispose con uno stentato s. Lo stesso concetto, se di concetto si poteva parlare, il prete, lo espresse nei confronti dell'uomo.
Li invit a scambiarsi le fedi.
Giovanni si tocc in tasca. Imbarazzato. Impedito dal fatto di non voler mostrare la mano rattrappita, non le trov. Come sempre, quando c'era da risolvere un problema, si volt smarrito a guardare prima la madre poi il padre.
Battistin tocc di gomito Giuseppe e per la rabbia gli si rivolse in italiano: Quel picio non ha gli anelli!.
Giuseppe estrasse di tasca una scatoletta di cartone pressato e lento si avvicin all'altare. Porse la povera confezione alla coppia. Mentre dava gli anelli al fratello piant i suoi occhi in quelli di Angela come fosse lui a doverla sposare.
E lei, per un istante lo contraccambi. Giovanni guard costernato il fratello. Avrebbe avuto due domande da fargli: il motivo dello sguardo e poi perch era lui ad avere gli anelli? Glieli aveva presi di tasca?
I due sposi si scambiarono le fedi, si sfiorarono le guance con un bacio di rito.
Il volume della musica si fece assordante.
Non ci fu commozione.

Ero fuori dalla chiesa. Trattenevo il portale socchiuso per poterci guardare dentro. Il prete non parl pi.
Tutti abbandonarono le panche della chiesa. Parlavano a voce alta. Volevano fare in fretta ad uscire. Vennero verso di me. Con Cane in braccio ero corso gi dai gradini del sagrato. Non volevo mica che mi vedessero. Da gi ho guardato gli sposi uscire.
C'era gente che gettava del riso in testa. Ho pensato che era un peccato. Io il riso non l'ho mica mai mangiato, solo e sempre polenta.

Angela vide Smangia l, ai piedi della scalinata. Si sganci dal braccio del marito. Scese i pochi gradini.
Perch sei rimasto fuori?.
Smangia strinse il cane ancora pi forte. Voleva significare che lui, con quello tra le braccia, mica ci poteva entrare in chiesa.
Giovanni raggiunse la moglie, la prese per un braccio e la trascin via: Ma lassa perde... Non hai ancora capito che  un balengo?.
La aiut a salire sulla vecchia Balilla.
Giuseppe si mise al volante come fosse un vero autista, guard Angela nello specchietto rotto e sbilenco. Da tempo non usava quel catorcio che suo padre teneva seppellito nel fienile come fosse una reliquia. Anni prima, glielo avevano dato in cambio di un pezzo di terreno e lui l'aveva accettato credendo in chiss quale affare.
Maria e Battistin salirono con i pochi amici su un calesse con le ruote sporche di fango.
Quando il modesto corteo si mosse, Smangia salt sulla bicicletta per andargli dietro. I pochi paesani al di l della strada polverosa si diradarono, pronti, come si diceva da quelle parti, a tagliare i colletti, insomma, a spettegolare sul matrimonio di Giovanni che nessuna si era mai sognato di prendere per marito con quella mano sifula.
La casa della postina era costituita da due modesti ambienti al piano terra. Dalla finestra si poteva vedere di sbieco la facciata della chiesa e il corteo nuziale che si allontanava.
Rita, la postina, si allung sulla punta dei piedi. Prese la latta dell'orzo. Mise il pentolino dell'acqua a scaldare sopra la stufa. Ascolt Elide, che raccontava nei minimi particolari quanto avveniva fuori. Il prete chiudeva il portale della chiesa.
Si sporse ancora di pi riusc cos a vedere il calesse che al fondo della via svoltava. La strada adesso deserta. Sull'acciottolato solo lo sterco del ronzino.
Rita comment l'abito della sposa: disse che le stava proprio bene.
Elide, la merciaia, si ritrasse in un timido sorriso. Era stata lei a proporlo, a consigliarlo, il complimento era miele per il suo lavoro.
Ma preg l'amica di dire la verit: non desiderava complimenti inutili.
E Rita ribad quanto detto. L'abito era bello sia come modello e sia come scelta di colore. Chi, invece, per lei, faceva proprio ridere era quella specie di marito: Che vergogna.
La merciaia fu pronta a rincarare la dose osservando che la sposa non sapeva a che cosa andava incontro:
Ma nessuno le ha detto niente?.
Beh! non sar mica stupida!.
Un cucchiaino d'orzo nella tazza. Fu versata acqua calda. Si lev uno sbuffo di fumo ed un odore pi che un profumo si dissolse nella stanza dai muri verde pallido.
Dai, bevi un po' di roba calda... Non ti siedi?.
Elide rimase in piedi. Doveva tornare al negozio.
Dalla stanza posteriore giunse la voce di Cristina, la figlia. Diceva di non avere fame. Ma certo che non aveva fame: non usciva mai di l dentro. Mai una boccata d'aria, era vita quella?
A l'ha na para! Non vuole neanche pensare di mettere il naso fuori.
Elide pos la tazza dell'orzo. Si avvi verso l'uscio. Mise mano alla maniglia. Prima di farla scattare si volt per la sentenza:
Il tempo,  la miglior medicina.
E Rita sconsolata congiunse le mani, rovesci gli occhi all'indietro. Ricord che erano gi trascorsi tre anni: Mica un giorno, n?.
Elide si ferm sulla soglia, raccomand:
Fate coragi... Proprio vero che siamo nati per soffrire! Ci vuole pazienza. La postina richiuse la porta dietro i luoghi comuni di Elide.
Mormor fra s: Tanta... tanta pazienza.
Intanto, dall'altra stanza, l'insistente richiamo della figlia: Mamma... mamma.
La luce rosata del tramonto avvolgeva ogni cosa. I piatti sulla tavola sotto il pergolato erano pieni dei resti del grande pranzo di nozze. Eppure c'era chi ancora riusciva a sbocconcellare qualche avanzo. I ventri gonfi, i volti rossi, i bofonchi della digestione si univano alle bestemmie e alle risate senza motivo.
Nino, il gestore del mattatoio, attacc a pompare sulla fisarmonica quello che doveva essere un valzer.
Battistin guard con insistenza Annette seduta al fianco della madre.
Si appoggi all'inseparabile bastone, si alz dallo scanno. Si avvicin alla donna che da poche ore era la nuora. Chiese di ballare con la figlia. Annette guard la madre.
L'anziano patriarca per nulla intimidito insistette. Tanto quella poteva essere sua nipote no? Senza attendere alcun assenso porse il bastone alla donna, prese la mano della giovane. Goffo, arrugginito ball. Qualcuno rise. Ma ai primi passi di ballo gli sguardi degli uomini furono attirati dai movimenti e dalla sinuosit del corpo di Annette.
Giovanni invit Angela. La coppia degli sposi guadagn il centro dell'aia. Tutti applaudirono. Altre coppie si formarono.
Battistin non ebbe la forza di iniziare il secondo giro con Annette. A corto di fiato cedette la giovanissima compagna di ballo a Giuseppe. Con espressione soddisfatta si rendeva conto che il gesto aveva un significato preciso. Impugn il bastone. Si sedette al posto di Angela. Prese a battere il tempo con forza.
Da sempre il secondogenito era il figlio preferito.
Avere concesso a lui il fiore della tavolata, rappresentava il pi bel dono che potesse fargli, era una sorta di passaggio di consegne. Giuseppe ballava con il bicchiere in mano. Stringeva la giovane. Il suo sguardo ancora una volta incroci quello di Angela, avvolta con forza dal marito. Annette, timida, prov a chiedere se sua madre gli era simpatica. Giuseppe si spalanc in un sorriso di assenso, aggiunse che lei le assomigliava.
Mia madre, invece, dice che ho gli occhi di mio padre.
Il padre non lo aveva mai conosciuto, se lo immaginava soltanto. Socchiuse gli occhi e sospir: Come doveva essere bello.
Quelle parole le diedero forza. La danza si fece vorticosa.
Angela si sciolse dall'abbraccio del marito. Raggiunse Smangia al fondo della tavolata. Le faceva pena vederlo isolato e mal sopportato. Gli sedette vicino. Gli riemp il bicchiere. Il giovane strinse il cagnolino che teneva in braccio. Avrebbe voluto sparire.
Angela lo esort ad alzare il bicchiere per un brindisi.
Smangia cerc gli occhi del padre per chiedere il permesso di bere.
Fu sufficiente uno sguardo. Il giovane rimise gi il bicchiere.
Angela fece tintinnare il suo contro il bicchiere del giovane:
Un sorso... Un sorso lo puoi bere...  la mia festa.
Smangia rimase serio. Osserv ancora il padre. Azzard. Furtivo, bevve un sorso.
Nel consueto gesto imbarazzato, prese a grattarsi la testa, il collo, la schiena con una serie di scatti incontrollati.
Angela tent di alleggerire la tensione. Gli chiese il nome. Smangia!.
Lo ripet due volte. Quasi soddisfatto di sentire il suono di quelle sette lettere. Ma la donna voleva conoscere il nome di battesimo, non il soprannome, e con quello avrebbe voluto chiamarlo.
Smangia, non rispose, il nome di battesimo neanche lo ricordava. Per coprire la mancanza prosegu a grattarsi e ad accarezzare Cane, accucciato sulle sue gambe. E lui? Lui come si chiama?.
Smangia a quella domanda s'illumin: Cane! Ne che a l' un bel nome?.
Giovanni, gi alticcio, arriv alle spalle dei due.
Senza aprire bocca prese la moglie per un braccio. Quasi la sollev di peso dalla panca: Poi non te lo dico pi, ma se vuoi che andiamo d'accordo sto qua devi lasciarlo stare, a l' n braov fieul, ma ti fa solo perdere tempo.
Quella era la loro festa, mica quella di Smangia. La sospinse verso la scala in pietra che portava al primo piano del casale. Angela lo guard sorpresa. Era la prima volta che Giovanni si comportava in un modo cos inconsueto, lui di solito timido, indeciso, improvvisamente sembrava una persona diversa. Non poteva essere certo un semplice gesto ad averla imbarazzata, quasi insospettita. Imput il fatto alla quantit di vino ingurgitato. Senza opporsi segu il marito.
Dall'aia salirono schiamazzi e commenti volgari.
Giovanni si affacci dal balcone, strinse la moglie con forza. Grid che il sole era tramontato e la luna di miele iniziata. Spalanc la cigolante porta di legno con un calcio. Oreste, il macellaio, lo consigli di prenderla in braccio. Giuseppe, con cattiveria, a mezza voce: Se ce la fa!.
Angela fu sollevata da terra con fatica.
Nino, il macellaio, rosso in volto, cominci a suonare con maggior lena e rivolto alle coppie: Al, diamoci dentro, cos non sentiamo quando la fa gridare!.
Tutti risero a crepapelle e ripresero a ballare.
Giovanni attravers la stanza con la moglie in braccio.
Non ce la faceva pi, cos la lasci cadere pesantemente sul letto. La guard: Lo sai che sei bella. Per mascherare la timidezza aggiunse:  vero che fa caldo, qui?.
E subito si sbotton il primo bottone della camicia. La fiss come per chiedere il consenso di proseguire: Tu non ci hai caldo?.
Che era un modo per dirle di spogliarsi. Si era ai primi di ottobre, fuori l'aria era ancora mite, ma dentro la casa dalle mura di pietra si avvertiva l'umidit. Giovanni indossava una maglia di lana ruvida e mutandoni lunghi. Angela si sedette sul bordo del letto. Lo guard con intensit: Ma tu, mi vuoi bene?.
Lui, si infil sotto le lenzuola, credendo di non essere visto, si tocc il sesso alla ricerca della posizione migliore, data l'eccitazione che sentiva crescere.
Ma se ti ho sposato, qualche cosa a vor bin d, no?.
Angela fiss l'uomo come lo vedesse per la prima volta, Dio mio che cosa aveva fatto, per quale motivo era l, per quale motivo quell'uomo fino a quel momento gentile timido, sottomesso alla disgrazia della sua mano rattrappita, tutto a un tratto si presentava in modo tanto diverso, arrogante, sgraziato, come era possibile? Questa trasformazione poteva imputarsi soltanto al bere? Sapeva di non aver mai amato quell'uomo, di aver avuto attimi di affetto, di averlo accettato per trovare un minimo di calore, per la prima volta trov la forza di confessare a se stessa il vero motivo: convenienza.
Anche questa giustificazione con ogni probabilit era non giusta.
E adesso? Tent di convincersi che si stava sbagliando. E poi c'era sua figlia. L in quella casa avrebbe di certo trovato il conforto che non aveva avuto in quegli ultimi anni. Cos rinnov la stessa banale e ridicola domanda:
Ma tu mi vuoi bene?.
Diu faus... da matti... Non sto pi nella pelle.
Angela si alz. Raggiunse la finestra. Guard fuori come alla ricerca di una via di fuga. Alle sue spalle la voce dell'uomo improvvisamente estraneo: Allora cosa facciamo?. Aggiunse: Hai sonno?.
Angela, alla domanda, sorrise. S'impose di avvicinarsi al letto. Si sedette sul bordo, ma questa volta dal lato dove era disteso il marito. Con una leggera torsione offr la schiena all'uomo, il vestito presentava una serie di bottoni: Mi aiuti?.
Giovanni tenne la mano anchilosata sotto le coperte.
Agit quella sana nell'aria: Non riesci da sola?.
Angela si alz. Si sfil il vestito. Rimase in sottoveste nera. Si distese al fianco del marito come pronta ad accettare una condanna. E lui di nuovo con una certa timidezza che a lei non dispiaceva:
Ma non ti togli tutto?.
Lei si sollev di poco. Si sfil l'ultimo indumento e lo fece scivolare gi dal letto. Guard il marito con un debole sorriso. Socchiuse gli occhi, in attesa di un bacio. Lui, rosso in volto, le sfior il reggiseno senza avere il coraggio di toglierglielo. Si sollev su di un gomito. La guard come chi non sa davvero come comportarsi. Guard verso la finestra. Si alz a chiudere l'anta che lasciava filtrare le luci esterne, il vociare e il suono continuo della fisarmonica. Adesso nella penombra come avesse trovato coraggio Giovanni mormor alla donna di girarsi a pancia in gi. Le porse il cuscino:
Tieni, butlo sota, mettilo sotto, cos il culo ti rimane bello alto. Angela si mise a sedere. Gli chiese se scherzasse, cos non era naturale, non era bello, non l'aveva mai fatto, Giovanni emise un mugugno. Ancora una volta si trasformava. Ora era chiaro. La sua era una tecnica inconscia. Si presentava come un debole, come un timido, come chi aveva bisogno di protezione poi ottenuta la fiducia ecco che era pronto a colpire. A costringere la preda nella rete.
Le mise la mano sulla spalla. Strinse con forza, le fece male. La costrinse a sottostare al suo desiderio. Non serv, tentare di opporsi, l'uomo in quel momento era troppo forte.
Le ficc il cuscino sotto il ventre. La schiacci con tutto il suo peso. La penombra fu lacerata dal grido soffocato di Angela.
La lepre correva veloce nell'erba alta. Zigzag. Attravers allo scoperto un tratto sabbioso. I due spinoni che la inseguivano per via retta persero terreno. Due colpi in successione. L'animale scart di lato. Prosegu per inerzia. Pochi metri. Di schianto si rovesci su di un fianco. Le zampe annasparono nell'aria.
I cani le furono addosso. L'addentarono. Se la disputarono. La sollevarono come un trofeo.
Battistin, seguito da Giovanni, sbuc dal bosco. Indossava stivali e la solita giacca di velluto sdrucito.
Accarezz la testa dei cani. Sfil dai loro denti la preda. Sentenzi che per la caccia, come per tutto, i maschi erano meglio. Soppes la preda: Tre chili buoni. La leg per le zampe e se la mise a tracolla. Soddisfatto attacc un ritornello che in quel momento sembrava non c'entrare nulla: Ciula bene, che lo voglio maschio. Il figlio gli volt le spalle. Perch? Di morti di fame, in casa, non ne abbiamo gi abbastanza?.
Battistin prese il figlio per un braccio, se non aveva voglia di fare figli che diavolo si era sposato a fare? Giovanni liber il braccio, sibil che costava meno delle puttane. E poi, cos non era solo. Il padre si ritrasse. Forse per la prima volta si rendeva conto di non contare nulla per quel figlio. Mastic saliva e catarro. Con voce rauca glielo chiese. La verit gli fu sputata in faccia: Per te c' solo Giuseppe... e l'altro tuo scemo. Battistin gli punt contro il fucile gridando di tacere. Giovanni non ebbe la possibilit di proseguire. Sollev la mano anchilosata come per farla vedere meglio, la luce che filtrava fra gli alberi la modell in primo piano: A questa ci ha pensato Smangia. Esib con lentezza la mano sana: A questa vuoi sparare tu?. Battistin abbass il fucile. Tutto il suo corpo parve farsi molle. Fu come crollasse l'ultima barriera fra loro. Non era stata colpa di Smangia. Era stato un incidente di tanti anni prima.
Giovanni si abbandon a un fiume di parole scandite, cattive:
Un incidente? Un incidente sar stato il tuo, non sai neanche con chi lo hai fatto quello scemo. Ce lo hai portato in casa come regalo di Natale... e noi ce lo siamo tenuto, ma Smangia non  n fratello n fratellastro,  un disgraziato e basta.
Battistin brand il fucile come una clava, pronto a colpire il figlio. E quello lo incit. Lo invit a farlo fuori, tanto non contava nulla. Per la seconda volta il fucile fu abbassato e gettato in terra.
L'anziano uomo si prese la testa fra le mani. Si sedette su un tronco abbattuto.
Aluette je te plumerai... Je te plumerai la tte....
Dal piano superiore, il canto di Annette irruppe nella grande cucina come una ventata di aria fresca. Maria ne sembr infastidita, con colpetti nervosi aliment il fuoco del camino. Finalmente si  svegliata.
Angela, con il dorso della mano, liber la fronte dai capelli, lasci cadere la patata nel secchio, rimase con il coltello a mezz'aria, giustific la figlia che da giorni non si sentiva bene: A j sma che, se uno sta male, canta?.
Not che la donna, anzi la suocera, le dava ancora del lei, come tanti altri particolari le confermavano quanto lei non fosse entrata a fare parte della famiglia, del resto che cosa poteva avere in comune con gli Odasso? se aveva accettato di sposare il figlio di quella donna, era perch all'inizio le aveva fatto pena, poi tenerezza, infine, inutile tentare di nasconderselo, era stata una scelta deliberata: una ricerca di sicurezza per lei e la figlia.
Un modo per lasciare il lavoro e il malsano sottoscala della panetteria dove viveva. Un momento di estrema debolezza.
Si chiese ancora una volta se le cose sarebbero cambiate, se lei ce l'avrebbe fatta a rompere il muro di estraneit. Ancora una volta avrebbe tentato di ammorbidire il rapporto con la padrona di casa e, soprattutto, con il marito cos diverso da come lo aveva conosciuto.
Battistin, seguito da Giovanni, rientr dalla caccia. Si sfil la lepre da tracolla. La gett sul tavolo. Si lasci cadere pesante sulla sedia. Ordin alla moglie di sfilargli gli stivali.
Giovanni, senza neppure un saluto, indic l'animale ucciso alla moglie. Le chiese se era capace di scuoiarla. Maria china a sfilare gli stivali al marito borbott in dialetto che quella donna non era capace di fare nulla figurarsi, se era in grado di scuoiare una lepre.
Giovanni sfid la madre a ripetere la frase ad alta voce. Allontan la moglie curiosa di capire che cosa era stato detto dalla suocera. Ancora in dialetto apostrof la madre in malo modo.
Maria si alz a fatica. Non rispose. Graffi l'aria con la mano come a dire di lasciare perdere. Prese gli stivali e si avvi verso lo stipo. Ci pens Battistin a tradurre, a mentire, a dire che la moglie lo aveva mandato a quel paese. Angela comprese che in realt le parole erano dirette contro di lei, si avvi verso la scala seguita dal marito. Si chiese per quanto tempo avrebbe retto quel clima. Ma il vecchio capo famiglia blocc entrambi: E non rompete le scatole neanche voi. Venite a tavola, sedetevi e mangiate!.
Il figlio torn sui suoi passi, si sedette in silenzio. Angela sent che non ce l'avrebbe fatta a sedersi a tavola, a mangiare, a fare finta che non stava accadendo nulla, preferiva allontanarsi, lasciare che le acque si calmassero, del resto doveva rassicurarsi sulle condizioni di salute di Annette.
Giuseppe irruppe nella cucina con tutta la sua baldanza. Affianc la madre intenta a scodellare la polenta. Le cinse le spalle, e scanzonato le chiese:
Cosa c' da mangiare?.
E cosa vuoi che ci sia... polenta no?.
Battistin batt il pugno sul tavolo: E ringrazia, n!.
In realt non voleva neppure per un istante perdere il bastone del comando. Maria colloc il tagliere con la forma di polenta al centro della tavola. Poi agganci al filo che pendeva dal soffitto un'acciuga che non era certo la prima volta che era appesa. Di norma il pesce, salato a dovere, serviva per sei giorni, la domenica era la giornata in cui Maria apriva lo stipo chiuso a chiave. Estraeva una scatola tonda di latta. Con la forchetta sceglieva la nuova acciuga, mai la pi grossa, quella sarebbe servita per la fine dell'anno. Tenendo il pesce gocciolante di sale coi rebbi della forchetta, compiva quella sorta di rito a cui tutti assistevano in silenzio.
Battistin tagli per primo una fetta sottile di polenta. La strofin pi volte contro il pesce appeso al soffitto. L'annus con espressione sconsolata lasci intendere che a sa nen pi d'mi ne dal gat dal siur Fif, insomma non aveva pi gusto, del resto si era sul finire della settimana per cui il pesce era cos consunto che neanche le mosche ne volevano pi sapere.
Giovanni si lasci andare contro lo schienale, non che non avesse fame, ma avrebbe aspettato la moglie, un gesto anomalo ma che a suo modo dimostrava una sorta di attenzione e di affetto.
Angela comparve con Annette in cima alla scala, in tempo per ascoltare Maria dire al figlio: E 'spetta... 'spetta... che riva... Ultima, ma arriva.
Non si sedette a tavola. And diretta alla porta. Si scus. Fuori c'era il bucato da ritirare. Invano il marito le propose una fetta di polenta con l'anciova.
Lei rifiut con un sorriso triste. Annette segu la madre, ma il padrone di casa si allung fino a prenderle una mano. La blocc. Le impose di sedersi:
Annette, sette almeno ti.
Il suo tono, malgrado fosse ruvido, conteneva una vena di dolcezza nei confronti della ragazza. Poi rivolto al resto dei famigliari: Cristo mi fate mangiare in pace s o no?.
Giuseppe prese una fetta di polenta con le mani, si alz e usc mordendola. Sapeva di essere l'unico dei figli a poter compiere un gesto simile.
Raggiunse la fila di lenzuola stese nel vento.
Le scost una a una fino a scoprire la cognata intenta a ripiegare il bucato nella cesta di vimini. Istintivamente sapeva che quella era una situazione scontata, ma non si ritrasse e l'aiut. In realt era l per tentare di giustificare il comportamento dei suoi. Le parl della vita della madre fatta di fatica, di privazioni, di dolori, come del resto era quella di Battistin e di tutti gli Odasso, cos come degli altri abitanti di quel maledetto paese.
Erano questi i motivi che gli facevano dichiarare a ogni pi sospinto l'intenzione di andarsene da quel posto. Ma era evidente che il pensiero si risolveva nell'idea stessa. Nel racconto si avvertiva il bisogno di parlare, in particolare di parlare con lei, di farsi conoscere cos come di mostrare quanto fosse diverso, per certi versi, migliore degli altri, di tutti gli altri.
Non lasci che la donna si chinasse. Sollev il cesto colmo del bucato.
Non ci aveva mai fatto caso, ma in quel momento not che con lei parlava italiano. Se ne accorse e basta, non avrebbe saputo darsi una spiegazione.
Angela indic le nuvole grigie che si addensavano. Fra poco si sarebbe scatenato il temporale. No! Non che ne avesse paura o la rattristasse, ma sentiva di avere bisogno di sole, di cielo azzurro. Giuseppe colse al volo il significato di quelle parole fu pronto a confortarla anche con una vena d'ironia, non doveva preoccuparsi, la loro valle era conosciuta per una particolare specialit: il sole. Mentiva, cosciente di farlo.
Angela a quelle parole rise finalmente divertita. Invit a guardare il cielo. Le nuvole si addensavano pesanti, nere, gonfie di pioggia. Giuseppe deposit il canestro del bucato sul muretto in pietra.
Le sfior il braccio, la guard con intensit:
Credimi, tu e Annette vivrete bene a casa nostra.
Lei si volt per riprendere il cammino. Le mani si sfiorarono. Subito si ritrassero. Giuseppe, per dare maggiore forza alle sue parole, rimase fermo: E poi, per qualsiasi cosa ci sono io. Sollev il canestro.
Angela questa volta glielo imped con decisione e aggiunse di non preoccuparsi per qualsiasi evenienza, anzi, per qualsiasi cosa c'era Giovanni, suo marito.
Non avrebbe saputo dire quanto quella frase le fosse venuta spontanea. Non si chiese neppure se era per creare una barriera fra lei e quell'uomo, oppure se il motivo era stato vedere Giovanni attraversare l'aia.
Giuseppe guard nella stessa direzione. Rispose con un velo d'ironia: Oh! Certo, mio fratello  bravo... bravissimo. La donna questa volta rimase in silenzio, allung il passo verso casa, inseguita dalla voce dell'uomo che ribadiva: Bravissimo, no?.
Giuseppe raggiunse il fratello che spingeva a fatica la carriola colma di erba fresca: Lascia, la porto io.
Non ottenne alcun rifiuto. S'impossess dei manici della carriola. Seguito da Giovanni che lo tocc di gomito e gli propose di beccare uno dei conigli e farselo arrosto.
Ma it ses mat!. Loro allevavano i conigli per venderli, mica per mangiarseli, se non uno, il pi grasso, a Natale. Camminarono in silenzio.
Raggiunte le conigliere, Giovanni scuro in volto, si par davanti al fratello: Volevo anche dirti che una mano, per portare la carretta, mi serve, ma per mia moglie questa... con forza mulin nell'aria la mano sana: Basta e avanza....
La risposta fu di non dire cazzate. Giovanni, deciso come non era mai stato, rintuzz le parole del fratello: Io non dico cazzate; ma tu attento a non farle. Apr lo sportello di una delle gabbie, prese per le orecchie un coniglietto. Lo tenne sospeso nell'aria. Altrimenti sai che cosa succede?. Giuseppe lo preg di rimettere l'animale nella gabbia. Ma Giovanni ancora tenendo l'animale per le zampe posteriori, lo rote nell'aria e gli sbatt la testa al suolo come se fosse un polpo appena pescato. Insensibile, avvert nella mano il fremito del coniglio. Lo sent morire. Scol il filo di sangue che scendeva goccia a goccia dalle orecchie. Se lo gett di traverso, come uno straccio sulla spalla destra. Agguant alcune manciate d'erba fresca e inizi a dare da mangiare ai conigli che si agitavano nelle gabbie.
Il fratello gli volt le spalle e si allontan, senza una parola.
I giorni, come i gesti e le azioni, si ripetevano immersi nella faticosa vita quotidiana. Le piccole e grandi violenze si fondevano nella normalit. Cos nulla assumeva un particolare significato.
Maria fin di spazzare la grande cucina. Infil nella madia gli oggetti inutili, ogni volta ripeteva come un pater noster: Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa....
Annette, divertita, la seguiva svolazzando. Sarebbe stato difficile comprendere se si trattava di una sorta di presa in giro o il massimo della dedizione, di certo si offriva di aiutarla e puntuale riceveva un rifiuto: Quando t savras il posto di ogni cosa.
Ed altrettanto puntuale le offriva di pelare le patate. Pelare le patate era l'abc della buona donna di casa. La buccia doveva essere il pi sottile possibile. Le ammaccature annerite appena scavate, eliminate. Il tubero tagliato in quattro parti precise e a sua volta spaccato a met. Oppure tagliato a lamelle sottili a seconda di come sarebbe stato cucinato.
Annette aveva imparato che quel lavoro andava fatto nell'aia. Non ne aveva mai ben compreso il motivo, ma tant'era.
Prese il cesto delle patate e si diresse fuori. Immancabilmente Maria la insegu con il pelapatate dal manico di legno: Andova t l'has la testa? e perentorio partiva l'ordine adess, date da f.
Sempre succedeva che Battistin, seduto sulla panca accostata al muro, si alzava, si affacciava nella cucina, con tono rauco ma morbido, si rivolgeva alla moglie per dire che quella era davvero una brava ragazza.
Maria gli veniva incontro per affermare che era certo meglio di quel balengo di figlio che le aveva portato in casa. Lei Smangia non lo aveva accettato dal primo giorno. Con il trascorrere degli anni, la situazione era peggiorata. Non serviva certo che ogni volta il marito fingesse di prendere le difese di quel figlio irregolare. Pronto a sostenere che era uguale agli altri. A ricordare che se una volta al mese loro mangiavano un po' di carne era grazie a Smangia che lavorava al mattatoio e come paga riceveva un chilo di bollito.
Maria strascicava un A mi, am basta la polenta, agguantava la ramazza di saggina e spazzava il pavimento.
Angela, fin dal primo momento, era stata convinta che Smangia fosse chiuso in un suo mondo, ma non era scemo come lo voleva far passare la famiglia. Era l'unica ad aver tentato di stabilire un buon rapporto con lui, ne aveva compreso la sua manualit, come quella volta che le si era staccata la suola della scarpa, Smangia aveva preso un ago da calzolaio l'aveva infilato nel cuoio della suola come fosse burro e punto dopo punto l'aveva cucita. Lei si era complimentata per la sua bravura e il giovane si era stupito: Tu non sai cucire?  uguale.
Era uno dei tanti fatti a cui la famiglia non aveva mai dato peso. Il giovane era stato da sempre bollato come un povero idiota, usato sempre e soltanto per la potenza dei suoi muscoli. Utile per portare i covoni di fieno, trascinare i carri, sollevare pietre e pesi. Senza mai dare una qualsiasi gratificazione, dire grazie, bravo, in quanto, per gli Odasso, tutto era dovuto.

Dio mio, ero contento, lo dico anche se non so mica bene che cosa voglia dire, so che ero diverso, mi sentivo meglio, persino pi forte, so che avevo gi sentito quella roba l l'altra volta che Nino mi aveva detto: Oggi andiamo a Torino a portare la carne. Voleva dire andare via dal mattatoio, dal paese. Tirare gi il finestrino. Guardare la campagna che va all'indietro. Non so mai se sono le piante che vanno indietro o noi che andiamo avanti.
E poi  bello vedere la citt.  grande. Le case sono alte. Ce ne sono anche tante distrutte. Nino mi ha detto che sono stati i bombardamenti. Che sono arrivati gli aerei e hanno fatto cadere le bombe. La gente  morta. Ci sono stati tanti morti nella guerra. Io uccido soltanto i vitelli mica gli uomini e Nino dice che gli uomini sono tutti dei picio. Io al paese non ho sentito niente. Ha ragione Nino: anche adesso che non c' mica pi la guerra.

Smangia, fradicio di sudore, entr nella cucina del carcere. Lasci cadere sul tavolo di marmo il cesto colmo di pezzi di carne e frattaglie. Oreste, il macellaio, entr dopo di lui, si rivolse all'inserviente delle cucine, indic il carico. Il cuoco del carcere, grembiule bianco sporco e baffoni spioventi, estrasse con la punta del coltello, pezzi di trippa sgocciolanti, con un cenno del capo ordin di ficcare il resto nella ghiacciaia. Uno scampanellio elettrico indic l'ora d'aria. Smangia, vide i detenuti riversarsi nel polveroso cortile della prigione. Riconobbe, tra gli altri, Toni e i suoi due compari.
Oreste richiam l'aiutante con uno schiocco delle dita. Smangia si sganci dalla finestra, apr la porta di legno del refrigeratore inchiavardato da liste in metallo. Un secondo schiocco delle dita, il giovane torn fuori per un altro carico. Urla. Insulti. Nel cortile si era accesa una lite. Smangia vide Toni e Menico tentare di sottrarre Enea dalla furia di cinque energumeni.

Io quelli li conoscevo. Erano miei amici. Li avevo visti sul camioncino degli uomini in divisa. Mi avevano chiamato dal finestrino. Mi avevano detto di pedalare. Non mi piaceva vedere tanti picchiare uno. Mi sono messo a correre. Ho attraversato il cortile. Con la spalla ho spinto una prima guardia, un'altra, poi due insieme che sono cadute indietro. Ho preso per le spalle quello che colpiva Enea. Gli ho dato un pugno in faccia  caduto come il vitello, sulle ginocchia. Ho scrollato dalle spalle gli altri. Li ho fatti volare proprio lontano. Ho colpito quello pi grasso a mano aperta. Ho sentito la guancia molle come la polenta. Uno, stupito, ha gridato: Ma chi a l'? Sansone?. Non so che cosa volesse dire.

Smangia prese Enea per un braccio e lo trascin via. Alle sue spalle un bastardo fece scattare una lama corta e tozza. Non avrebbe saputo dire chi, gli grid: Attento. Si volt di scatto. Schiv il fendente ma non abbastanza da evitare di essere ferito di striscio al costato. La camicia s'inzupp di sangue. Il bruciore non gli imped di avventarsi al collo dell'aggressore. Quattro guardie lo trascinarono via a stento. Sullo sfondo altre guardie calmavano gli animi a manganellate, in un parapiglia generale.
Gli animali annusano le brutte notizie attraverso onde misteriose. Cane non smetteva di guaire. Annette non capiva che cosa avesse. Lo accarezz. Gli prepar, in una ciotola, una zuppa con i pochi resti di cibo avanzato. Depose la ciotola di alluminio sotto il tavolo. Inutile. Il bastardino nero di Smangia continu a guaire. Battistin, giacca di velluto consunta, stivali sporchi di fango, entr nella grande cucina, trascin all'interno odore di muschio e di sudore. I due spinoni si lanciarono sulla ciotola della zuppa. Tuffarono il muso dentro, schizzando all'intorno. Cane si allontan con la coda fra le gambe. Annette, incurante del loro ringhiare, tent di prendere la ciotola per riportarla al legittimo proprietario. Uno degli spinoni abbai. Salt sulle zampe posteriori. Con quelle anteriori cerc di arraffare il cibo ma non fece altro che graffiare la coscia di Annette. La ciotola si rovesci in terra. La ragazza si ritrasse con un grido.
Battistin, intento a sistemare la cartucciera, si volt. Con il calcio del fucile colp il cane da caccia che gua e si accucci sotto il tavolo. L'anziano padrone di casa non diede retta alla ragazza che diceva di non picchiare l'animale. Assest con la punta del piede un ultimo colpo al cane, senza riuscire a centrarlo. Esausto si lasci cadere su di una sedia dalla paglia sfilacciata. Chiese alla ragazza se il cane le aveva fatto male.
Annette scosse il capo ma intanto si toccava la coscia. Fa vedere che cosa ti ha fatto. E con la canna del fucile le sollev la gonna. Per un attimo apparve il candore della pelle.
La ragazza si ritrasse, riabbassando il tessuto.
Niente, non mi ha fatto niente.
And verso la porta attratta dal rumore di un motore. Vide Smangia che scendeva dal camioncino, aiutato dal macellaio, il giovane venne avanti lento, teneva una mano sul fianco dove la camicia era lacerata e sporca di sangue. Entr nella cucina, curvo su se stesso. Si distese sulla panca di legno.
Annette lanci un'esclamazione spaventata. Battistin abbandon la pulizia del fucile. Chiese al macellaio che accidenti fosse capitato. Oreste si asciug la fronte, raccont con un tremito della voce il fatto avvenuto nel cortile del carcere.
Battistin guard il figlio con commiserazione: Sei proprio un coglione!. Poi torn a sedersi, chiam a gran voce l'altro figlio. Riprese a pulire il fucile.
E Giovanni arriv senza dimostrare alcun particolare sentimento. Anzi. Guard con fastidio il fratello disteso sulla panca. Smangia sembrava un Cristo deposto dalla croce, il braccio abbandonato gi lungo, fin quasi a sfiorare il pavimento, gli occhi socchiusi, la bocca disegnata da una piega amara. Annette chiese al marito della madre di aiutarla a togliergli la camicia. Il macellaio si adopr a sollevare il ferito.
Ma Giovanni a causa della sua mano malandata non riusciva a essere di aiuto. Anzich imprecare alla propria sfortuna, se la prese con Smangia:
E cerca di aiutare, no?.
Annette non si trattenne: Ma non vedi che sta male.
Osserv la mano anchilosata e non disse altro.
Slacci uno a uno i bottoni e sfil la camicia di Smangia. Con un fazzoletto bagnato lav la ferita. Fece a strisce un asciugamano. Incominci a fasciare alla meglio il muscoloso torace di Smangia.
Oreste si rivolse a Battistin che imperterrito proseguiva a curare il proprio fucile pi del il figlio ferito: Beh! Io vado, tanto qua' non servo a niente una manata di saluto a Smangia che sussult: Vedi di rimetterti in fretta. Che al mattatoio aj  da f... s-ciao a tutti, n!. La ragazza ultim il bendaggio, lo fiss con una spilla da balia. Invit Giovanni ad aiutare il fratello a distendersi. Fu in quel momento che trov il coraggio di domandare:  Cosa ti sei fatto alla mano?. Giovanni si ritrasse. Era evidente che l'argomento gli creava un profondo fastidio: Un incidente di caccia.
E nel dirlo premette la mano sulla ferita del fratello. Smangia si lament. Ma cos gli fai male....
Giovanni sollev le spalle: Lui non patisce.
S s... lascia, faccio io.
Battistin pos l'arma. Intervenne spazientito dicendo di lasciare fare la ragazza, insieme a Giovanni sarebbe andato a dare da mangiare alle bestie.
Padre e figlio uscirono seguiti dai due spinoni.
Annette fu contenta di rimanere sola con Smangia. Controll l'esecuzione del lavoro. Aiut il giovane a sedersi. Gli diede da bere. Lo sai che siamo feriti tutti e due. Smangia la guard interrogativo. Annette raccont che il cane di Battistin l'aveva graffiata. Sollev la gonna. Mostr la pelle arrossata della coscia:
Guarda che cosa mi ha fatto! forse per la prima volta Smangia prov uno strano calore al viso.
Estasiato, fiss la pelle candida della gamba. Fu un attimo. Maria era comparsa sulla porta.
Subito la ragazza riabbass la gonna. E si allontan. La padrona di casa ruot lo sguardo severo da uno all'altro per tornare sul figlio acquisito: Che diav t l'has combin 'sta vlta?.

Giuseppe e Giovanni, questa qua, la chiamavano mamma, ma a me non riusciva proprio. Del resto io non ho mai saputo chi fosse mia madre.
E neanche me ne importava pi di tanto. S, l'unico mio amico era cane. Quando aveva fame mi leccava la mano.
Anche mio padre, lo chiamavo pap, ma mi veniva pi facile dire Battistin. Questo fin da sempre, davvero era come se un padre e una madre io non li avessi mai avuti. Non so e non ho mai saputo che accidenti volesse dire. Da bambino ero solo, giocavo da solo, quando incontravo un altro bambino mi diceva che ero scemo, che non voleva giocare con me, che gli facevo paura,  sempre stato cos, non so perch, ma  tutto proprio come adesso.
Ci sono delle persone attorno a me, sempre le stesse, e mi trattano male.
Da quando sono arrivate Angela e la figlia  stato pi bello. Per la prima volta, nella mia vita, sono stato un po' meglio. Anche Battistin  gentile con Annette, mica perch  bravo, lui non  mai stato bravo, ma gli piace guardarle le gambe.

In effetti la ragazza piaceva a tutti, esclusa Maria. Aveva portato una ventata di aria fresca, come la volta che entrata nella stalla e Giuseppe voleva insegnarle a mungere. Le aveva fatto vedere come impugnare la mammella della mucca. Doveva avvolgerla fra pollice e indice quindi strizzare dall'alto verso il basso:
Ma con dolcezza... Vuoi provare?.
Nella espressione e nelle parole di Giuseppe c'era una sorta di velata malizia. Annette, rossa in volto, scosse il capo. Indic il secchio colmo di latte: Lo devo portare in cucina?.
Giuseppe prosegu il lento movimento della mano sulla mammella: Allora non vuoi proprio imparare?.
Annette non rispose. Sollev il secchio usc nel sole. Guard l'arrivo del carro trainato dal mulo. Giovanni reggeva le redini con la mano buona. Le teneva alte, come per farsi notare. Era l'unico momento in cui si sentiva di valere. Gridava imperiosi comandi. Era uno dei tanti fatti della vita quotidiana che si ripetevano uguali ogni giorno.
Cos anche quel fine mattina Giovanni guid il carro trainato dal mulo fino al fienile. Scese a terra con un balzo. Spalanc lo sbilenco portone. Guid mulo e carro verso l'interno. Dal buio, si scaten l'improvviso abbaiare degli spinoni.
Il mulo arretr. Si scosse. Stratton. Le redini scivolarono via dalla mano anchilosata.
Annette aveva raggiunto il centro dell'aia con il secchio del latte.
Giovanni tent senza riuscirci di ricuperare le redini. Chiese aiuto: Giuseppe! Giuseppe!.
Alle grida, il mulo arretr. Scalci. Si gett al galoppo.

Ho sentito gridare forte. Mi faceva male. Ma ce l'ho fatta. Mi sono alzato. Beh in piedi ci stavo. Sono andato fuori. Ho visto Annette nell'aia. Mulo galoppava, scalciava, quando scalcia  brutto se ti prende ti lascia per terra come ha fatto una volta con la pecora, le ha mezzo staccato la testa. Il carro dietro andava da una parte e dall'altra. Mi sono messo a correre.

Annette, lasci cadere il secchio, scapp per paura di essere investita. La sua fuga peggior la situazione. Il mulo, eccitato dalla corsa circolare della ragazza, sembr inseguirla.
Smangia con uno scatto lo raggiunse. Si tuff nella polvere. Agguant le redini. Fu trascinato per alcuni metri. Fino a che riusc a bloccare il mulo e il carro a pochi centimetri dalla giovane.
Smangia, era dolorante, perdeva sangue, sorrise ad Annette, accarezz la testa al mulo fino a calmarlo.
Giovanni raggiunse il fratellastro, gli strapp le redini di mano, sferr un pugno al muso dell'animale. Lo trascin verso la stalla.
Annette guard la fasciatura piena di sangue: Sai che sei forte?. Smangia rise, senza sentire dolore.
E per fare vedere tutta la sua forza la sollev con un solo braccio.
Sempre tenendola sospesa le confid che conosceva un posto bello, molto bello. Le chiese se un giorno o l'altro ci sarebbero andati. Solo loro due.
Fanno la musica?.
Smangia fece s con la testa: La fanno, ma mica si sente.
Annette si agit nell'aria.
Dai, adesso mettimi gi... mettimi gi.
Giovanni dalla soglia del fienile grid: Ehi! Scemo la metti gi, o vuoi che chiami Giuseppe!?.
Smangia imbronciato ubbid. S! Di Giuseppe aveva un certo timore. Lei gli chiese scusa e anche questo mai nessuno lo aveva fatto. Lo prese per mano: Vieni, che ti medico.
Malgrado ogni tipo di resistenza, il caldo fuori stagione era costretto a cedere il passo all'autunno. Quel giorno era grigio, scendeva un pulviscolo che sarebbe stato difficile chiamare pioggia.
Angela e la figlia erano sedute fianco a fianco sulla traballante corriera che da Torino le riportava al paese. Fuori scorreva una campagna gi macchiata dal giallo delle foglie. L'orizzonte si fondeva con il cielo. A tratti si vedevano case distrutte, macerie, si avvertiva che la guerra appena finita non si era dimenticata neanche di quei luoghi. Annette teneva stretto fra le dita il ciondolo che le pendeva dal collo, un'A di argento e brillantini. Si strinse alla madre. Le disse che quello era il regalo pi bello che le avesse mai fatto, ma avrebbe potuto indossarlo anche lei, tanto i loro nomi avevano la stessa iniziale. Angela la guard con dolcezza: Sta bene a te, sai!.
La corriera entr in paese. Percorse l'acciottolato della via centrale. Raggiunse la piazza. Con un sobbalzo fece la consueta fermata. Angela vide Giuseppe fare segno all'autista di aspettare, lo segu mentre attraversava la strada con il padre appena uscito dalla casa della postina.
Giuseppe aiut Battistin a salire sulla corriera. Venne avanti fra i sedili consunti. Quando vide Angela e la figlia sedute al fondo sorrise sorpreso. Le raggiunse. Si rivolse ad Annette: Ti siedi dietro, vicino al nonno, che io mi siedo vicino alla mamma. La ragazza guard la madre, si alz dicendo a brutto muso che quello non era suo nonno.
La corriera ripart lasciando dietro un denso fumo scuro. Giuseppe con la solita gentilezza si scus. Aveva voluto usare il termine nonno con l'intenzione di rendere pi unito il loro gruppo, di farli sentire un'unica grande famiglia. Ma era stato un errore: A tua figlia non siamo molto simpatici.
Poi controll di non essere osservato n dal padre n dalla ragazza. Con un gesto nascosto porse alla donna un piccolo pacco; la carta che lo avvolgeva era di un color oro slavato. Quando si riceve un regalo, si vivono varie fasi: stupore, gratitudine forzata, obbligo a un finto entusiasmo. Angela, in un attimo, le attravers tutte. Si dovette sorprendere. Si sent obbligata a scartarlo. Come si sent obbligata a ringraziare, a chiedere il motivo visto che non era neppure il suo compleanno e Natale era ancora lontano a venire.
Giuseppe disse soltanto che gli andava e poi, guardando una vetrina di roba da donna, lei gli era venuta in mente.
Si trattava di un rossetto. In realt, lei non usava rossetto come nessun altro tipo di trucco, non lo aveva mai usato. Ringrazi con stemperato calore. Infil l'astuccio dorato nella tasca del cappotto. Giuseppe sprofond nel sedile gi sfondato di suo. Guard soddisfatto davanti a s. Era certo che a lei il rossetto sarebbe stato benissimo. Non che non fosse bella, anzi.
Dopo il complimento, trascorse il tempo a porre le consuete domande che tendevano ad approfondire la loro conoscenza. Aveva trascorso una bella giornata? La citt le era piaciuta? Era stanca? Era contenta di tornare a casa? Insomma una sequela di domande alle quali la donna rispondeva pi che altro per educazione.
Angela, tentava di interromperlo chiedendo notizie dei luoghi che andavano scorrendo, Giuseppe dimostrava di saperne poco. Confess di non muoversi mai, dichiar che era innamorato del suo paese, voleva s andarsene, ma non era altro che una idea, malgrado i tanti problemi, lui a casa si sentiva un principe: in fondo si proponeva come una persona soddisfatta. Non era difficile intuire quanto non fosse vero.
A dettare legge, a costringere l'intera famiglia a vivere in un determinato modo era e rimaneva soltanto il padre. Annunci che presto in paese, nella sala comunale ci sarebbe stata la festa per il santo patrono, un grande ballo.
Chiese se a lei piaceva ballare. La domanda sembr risvegliarla, le affiorarono lontani ricordi. Si abbandon a un S, molto!. Ricord un'estate calda, prima che scoppiasse la guerra, lei giovanissima e Jean Claude che, a bordo di una vecchia motocicletta, le faceva girare tutti i paesini della costa e, quando trovavano nella piazza principale una di quelle balere con il palco rotondo e i festoni luminosi di tanti colori, si fermavano, si gettavano abbracciati a ballare fra le altre coppie, e lui la stringeva forte, dio se la stringeva. Angela era certa che quella stretta non si sarebbe mai sciolta.
Giuseppe propose di andarci. Angela tent un sorriso che dimostrava il suo imbarazzo: Magari, lo dico a Giovanni. Giuseppe confess il suo reale desiderio: Mi sarebbe piaciuto andarci noi due. Angela fu contenta di vedere il cascinale sul pendio della mammella collinosa: Ecco, siamo arrivati. Approfitt della confusione che si era creata per sganciarsi dal timido corteggiamento. Annette si lament del pezzo di strada in salita che dovevano fare ogni volta per arrivare al cascinale.
Sussurr all'orecchio della madre: Ma questi, proprio qua dovevano andare ad abitare? Mamma, te lo devo dire, a me, stare qui non piace. E a te?.
Per coprire la frase della figlia, chiese a Giuseppe per quale motivo non si era mosso con la Balilla. Il vecchio patriarca prevaric il figlio e timbr l'aria con un perentorio: Ma it ses mata!.
L'auto serviva per i matrimoni e i funerali. Schiacci l'occhio ad Angela e aggiunse: E presto anche ant ij battesimi.
Era notte di luna piena. La stanza da letto era immersa nella penombra. Angela odiava la fine del giorno, l'arrivo della notte le ricordava il passaggio del tempo. Quella sera l'accett. Annunci con allegria che la domenica ci sarebbe stata festa al palazzo comunale. Si sfil il vestito, rimase in sottoveste nera. Si distese sul letto, al fianco del marito. Si appoggi su un gomito. Di', mi porti?.
Il taglio di luce mise in particolare risalto le labbra rese lucide dal rossetto. L'uomo la fiss. Tir fuori la mano buona da sotto le lenzuola. Indic la bocca della donna: E vieni cos?.
Non ti piace?. La risposta fu un'espressione di disapprovazione. L'ho messo per te... Allora, mi ci porti?.
A me non piace ballare!.
Angela prov a insistere. Immagin come si sarebbe svolta la serata. Non era necessario ballare, avrebbero incontrato gente, ascoltato musica. Mangiato dolci e magari bevuto. Giovanni si gir su un fianco. Fiss la crepa del muro: E togliti quella roba, che sporchi il cuscino.
Angela si alz. Prese un fazzoletto. Si strofin la bocca davanti a una scheggia di specchio. Scost la tenda intaccata dalle tarme. Osserv la nuvola che, trasportata dal vento, offuscava la luna.
Pens alle parole della figlia. Consider quanto poco fosse migliorata la sua vita. In particolare accus una sorta di sospensione, quella sensazione che si avverte quando qualcosa deve accadere.
La stanza era gi satura del russare di Giovanni.
Ogni mattina, il cascinale si riempiva del profumo del latte caldo. La successione dei gesti aveva inizio dopo il quarto canto del gallo.
Battistin era il primo a uscire. Respirava con forza, per sapere che tempo avrebbe fatto. Diceva che i suoi polmoni leggevano l'aria. Cos faceva suo padre e, prima di lui, il nonno. Nessuno aveva mai guardato il cielo. Quello lo facevano le donne. Quando rientrava, Maria, la moglie, aveva acceso la stufa, lui si sedeva a capotavola, una grossa scodella fra le mani. Giuseppe puntuale arrivava dalla stalla con il secchiello del latte appena munto, una parte la metteva a scaldare, il rimanente, con il mestolo, lo travasava in una tazza. A lui piaceva berlo, diceva, con il calore delle mammelle dentro. Goloso, ci inzuppava pezzi di pane secco.
Tutto avveniva senza il minimo scambio di parole. Il silenzio era rotto, anzi, scandito dai rumori degli oggetti: il mestolo di rame contro la parete metallica del recipiente, il crepitare del legno, il tamburellare delle mani di Battistin sulla tazza, lo sbadigliare dei cani. Quella mattina, la successione dei piccoli accadimenti fu stravolta. Nessuno ne avrebbe saputo dire il motivo, se non che nell'aria c'era un polline diverso, se qualcuno avesse analizzato l'ultimo periodo trascorso, avrebbe scoperto che il sovvertimento aveva avuto origine il giorno dell'ingresso delle due donne a Ca' Odasso.
Giuseppe, bevve orzo caldo, il padre non era ancora uscito a respirare l'aria, ma non si era neppure ancora alzato. Maria era inginocchiata davanti alla madonna di gesso collocata su un treppiede di legno, l'aria contrita, le labbra a sciorinare un rosario di parole silenziose. Giuseppe trangugi un ultimo sorso. Ma non ti basta pregare ogni sera? Che cosa hai ancora da dire a 'sta pvra dna?.
La madre rimase con le mani giunte. Non distolse lo sguardo dalla statua dai colori slavati, l'aureola arrugginita, il naso sbrecciato:
...Quella  la moglie di tuo fratello. Devi lasciarla stare. Solo adesso si volt a fissare il figlio: Deve lassla st. It l'has cap, s o no?.
Giuseppe sbatt la tazza vuota sul tavolaccio di legno: E chi la tocca?.
A quelle parole, la donna si alz a fatica. Si segn un'ennesima volta, diede inizio a uno sfogo che teneva in corpo da tempo. Lei non era mica stupida. Fin dal primo giorno si era accorta che non le toglieva gli occhi di dosso. I suoi sguardi dicevano molto di pi delle parole. Aggiunse che di problemi in casa ce ne erano gi tanti: non era proprio il caso di aggiungerne altri. Bisognava pensare a tirare avanti e basta. Giuseppe rovist nella sacca del pane. Era secco. Ne morse un pezzo. Fu allora che la madre, gli diede una sberla. E lassa st al pan.
Il pane vol in terra. I cani se lo contesero.
Giovanni, scarmigliato, la camicia fuori dai pantaloni, comparve in cima alla scala. Era rimasto addormentato. Non ebbe il coraggio di chiedere che cosa fosse successo. Disse solo che era in ritardo e c'era il latte da portare a vendere. Angela dietro di lui, i capelli sciolti, si offerse di accompagnarlo, ma ottenne un consueto rifiuto. Piuttosto c'era da dargli una mano a caricare i secchi pieni di latte. Scese. Tent di infilarsi la camicia nei pantaloni con una mano sola. La madre premurosa gli corse incontro nel tentativo di aiutarlo. Lui si scost brusco. Rifiut l'orzo ancora caldo. And nella stalla. Stratton il mulo fino a portarlo fuori. Lo fece arretrare di quel tanto da legarlo al carretto.
Angela comparve curva sotto il peso del recipiente del latte, Giuseppe la raggiunse di corsa: Ma lassa st... Non  lavoro per te, questo. Prese il recipiente, lo caric sul carro. Il fratello colse al volo quel gesto per intimargli: Ma perch la devi aiutare? Non ha niente da fare tutto il giorno.
Giuseppe non diede risposta, scroll le spalle, si rivolse alla donna: Vado a prendere io gli altri recipienti. Angela si avvicin al marito: Davvero non vuoi che venga? Mi fa piacere andare in paese con te. Giovanni sal a cassetta: Meglio se dai una pulita alla stalla.
Non aggiunse altro. Attese che il fratello caricasse gli ultimi due recipienti.
Un incitamento al mulo. Il carro part di scatto.
Angela prese la ramazza fatta di rami secchi. Entr nella stalla. Inizi a radunare stancamente le foglie della lettiera. Ancora una volta si chiese se aveva sbagliato, torn il pensiero che la tormentava da tempo: davvero aveva compiuto questa scelta per dare pi sicurezza alla figlia oppure a se stessa? Rivang l'inizio di quella storia: lei sola, senza soldi e Giovanni gentile, premuroso, immerso in una bont solitaria, non ne era certo innamorata, ma un momento di affetto lo aveva avuto. O meglio, se lo era imposto. E adesso era l a chiedersi se aveva ancora la forza di rimanere in quel luogo.
La porta alle sue spalle si apr e subito si richiuse con un cigolio.
Era Giuseppe. Venne verso lei. E senza una parola cerc di baciarla con timidezza. Angela lo respinse. Lui si ritrasse. Prov a scusarsi. Angela gli fece una carezza ma come una madre la fa al figlio. Giuseppe non si trattenne. L'attir a s. La baci con forza. La donna per un istante sembr cedere ma subito si riprese. Si oppose. L'uomo la rovesci nella polvere.

Io avevo guardato attraverso le assi sconnesse.
Giuseppe si era messo sopra Angela. Lei gridava di lasciarla. Lo spingeva via con le mani contro il petto. Lui la schiacciava come fa il gallo sulla gallina.
La raspava con le zampe fra le piume. E quando cercava di mettere il suo becco sulla sua bocca, Angela girava la testa da una parte. Gridava: No!. Poi riusc a spingerlo via, a rovesciarlo da una parte. Si alz. Lo guard brutto. Tanto. E gli sput in faccia di non provarci pi, mai pi.

Nel cielo, le nuvole bianche si ammassavano e si scioglievano trascinate dal vento. Smangia pedalava senza fatica, anzi sembrava volare. Annette, seduta sulla canna della bicicletta, gli confidava i suoi sogni. Gli raccontava che voleva andare a vivere dove c'era tanta gente, dove le strade erano lunghe e ognuna aveva nomi di persone. Anche i negozi avevano scritto il nome. E lei avrebbe potuto entrare, provare i vestiti. Io ne ho uno solo, e manco mi piace.
Smangia la ascoltava, gli piaceva la voce. In realt non capiva mica tanto cosa diceva. Affront, come niente fosse, le ultime curve della salita. Annette era affascinata dalla natura circostante, gli spazi ondulati le davano una sorta di stordimento, le sembrava possibile toccare quel cielo cos basso quanto avvolgente. Spalanc le braccia come per volare: Ma, di lass, si vede il mare?.
Le teste dei due giovani affiorarono dalla salita. Raggiunsero lo spiazzo che si affacciava sulla valle che si apriva oltre il costone.
La nuvola che copriva il sole scivol via.
Smangia fece scendere Annette dalla canna della bicicletta.
Osserv il riflesso del ciondolo appeso al collo della ragazza. Tent di afferrarne la luce. Una, due, tre volte. Come prendere le mosche al volo. Rise. Era contento. Tutto quanto succedeva in quel giorno gli procurava una gioia che non aveva mai provato. Non ne conosceva il motivo e neppure se lo sarebbe chiesto.
Raggiunsero a piedi il punto pi alto. Si appoggiarono al muretto. Davanti ai loro occhi: un immenso, infinito, orizzonte verde chiazzato dai rossi violenti e dai gialli intensi dell'autunno.
Annette respir profondo come volesse risucchiare l'incanto del paesaggio: Com' bello qui!. Per la prima volta, sul viso di Smangia il sorriso fisso e vuoto lasci il campo a una serenit pensosa:  il mare?.
Annette lo guard e gli disse di s. Rimasero cos a guardare i pendii, le case lontane, ascoltarono i latrati dei cani. Il rumore del vento.
Fra loro sembrarono scorrere parole silenziose. Gli sguardi dei due rimasero fissi sull'orizzonte. Si voltarono e fu come si guardassero per la prima volta. Annette comprese il motivo per cui era venuta l con Smangia.

Io guardavo la valle. Gi sotto c'erano le mucche al pascolo. Un vitello bianco. Volevo girare la testa. Vedere Annette ma non ne avevo il coraggio. Qui ero sempre venuto da solo. Cos ho parlato guardando davanti: Io lavoro. Mi pagano.
Beh! Certo. Se lavori!.
Mi danno un chilo di bollito con l'osso ogni mese.  tanto sai?. Lei disse solo davvero, poi mi sfior la mano e mi chiese di andare. Aveva freddo. Io l ci sarei rimasto per sempre.

La luce del giorno non voleva arrendersi al buio della sera. Smangia, curvo sulla bicicletta, scendeva a rotta di collo la strada che dal cascinale portava verso l'abitato. A ogni curva s'inclinava, di pi sempre di pi. Quando arriv al piano ne fu scontento. Imbocc la via che girava tutto attorno al paese. Si ferm al bivio. L, sorgeva l'edicola della madonnina. Una costruzione sbrecciata, come scavata da un grosso cucchiaio. Nella nicchia era inserita la statua stretta stretta, alta alta, della madonna. I colori rosa-azzurro erano scrostati dal tempo. La corrosione l'aveva modellata e le aveva dato un'anomala bellezza.
Smangia gir lento la testa. Controll che non ci fosse nessuno. Si segn con un gesto meccanico. Infil la mano nella cavit posteriore della statua. Estrasse un rotolo di giornale. Furtivo se lo ficc sotto il giubbotto sgualcito.

Sono saltato di nuovo sulla bicicletta. Era venuto buio. Ho attraversato la piazza del paese. La gente mi guarda sempre. I bambini mi puntano il dito contro. Quel dito mica mi piace. I bambini non si tagliano mai le unghie e ce le hanno nere.
Io ho appena ucciso un vitello e ce le ho rosse

Elide esce e tira gi la saracinesca con un gancio lungo. Fa tanto rumore. Rientra. Spegne le luci della merceria
Scaravento la bicicletta contro il muro. Spingo la porta per entrare.
Ho chiuso, Smangia, ho chiuso, se hai bisogno di qualcosa vieni domani. Ah! No domani  domenica. Luned, vieni luned.
Io non posso darle retta, spingo la porta, devo entrare. Elide non dice pi niente. Tira fuori il mazzo di chiavi. Apre: Su... in fretta... cosa vuoi?. I vestiti da donna sono appesi. Hanno dei bei colori.
Allora? Cosa ti serve?. Ne tocco uno.  bello.
Ah! Devi fare un regalo?.
Io nascondo la faccia nella stoffa.  morbida.
A chi? Alla mamma?. Le dico di s. E lei ne tira gi uno nero. Io ne accarezzo uno stretto con tanti colori. Come fosse il cielo con gli uccelli che passano. Elide mi ha messo la mano sulla spalla.
Ma allora, non  alla mamma che devi fare il regalo!.
Si  avvicinata al mio orecchio. Ho sentito un soffio caldo. Ha detto che non l'avrebbe detto a nessuno, che potevo dire per chi era. La mia lingua ha detto: Annette. Ma io non volevo. Ha preso una scatola da sotto il banco.
Ha tirato fuori un vestito dai fiori grandi e rossi.
Se lo  messo davanti: Annette ne va matta.
Io ho tirato fuori da sotto la camicia il rotolo di giornale. L'ho aperto. Dentro c'erano i soldi stretti da un elastico. Io so: uno, due, tre. Ma l, sono di pi. Spingo verso la merciaia i soldi. Li prende tutti. Dice che non bastano ma va bene cos. Te lo incarto come un regalo eh? Sei contento?. Mi vergogno. Poi non so mica come fare. Elide scrive un biglietto. Lo infila nel pacco. Dice che devo mettere tutto sul letto di Annette: Di nascosto... capito? Di nascosto. Io mi stringo il pacco sotto il braccio. Grazie. Esco. Ho le farfalle in testa. Rifaccio la stessa strada in bicicletta. Adesso c' la salita.
Ripeto che cosa devo fare. Il pacco sul letto. Di nascosto, di nascosto.
Il suono delle campane mi rimbomba nello stomaco.
 domenica. Annette esce dalla stalla. Attraversa l'aia a passo svelto. Indossa il solito vecchio vestito oramai troppo corto. Entra nella cucina. Maria la guarda e le grida di vestirsi di pi. Non pu mica andare in giro con le gambe nude dal ginocchio in gi. Io ne approfitto. Salgo la scala. Mi viene da grattarmi ma non posso. Devo tenere stretto il pacco. Non mi ha visto nessuno. Spingo la porta. Entro dove dorme. Elide mi ha detto di mettere il pacco sul letto. Lo faccio. Ho paura, ma sono contento.

La messa era finita.
Angela usc dalla chiesa mescolata al resto dei fedeli. Cal sulle spalle lo scialle nero che le avvolgeva il capo. A passo lento raggiunse la bicicletta appoggiata al muro della casa. Prosegu a piedi con la bicicletta al fianco. Osserv le due paia di scarpe nella vetrina del calzolaio.
Guard il volto di Rita Hayworth. L'attrice americana era bella, indossava un vestito nero stretto. Tendeva il braccio in avanti per sfilarsi un guanto che le arrivava al gomito. In basso al manifesto, c'era scritto a grossi caratteri: Gilda.
Ad Angela sarebbe piaciuto da matti andarlo a vedere. Si alz il vento. Gonfie nuvole si addensarono. Il cielo si fece scuro. Angela sal sulla bicicletta. Pedal lentamente. Percorse la via principale del paese. Salut la merciaia con un sorriso e gi gocce di pioggia le rigarono il viso. Aument la pressione sui pedali non tanto per il temporale imminente quanto per il crescere di quella sensazione che, a tratti, l'invadeva e le procurava ansia, ansia di qualcosa che doveva succedere.
Maria china sulla pietra del lavatoio sbatteva gli asciugamani appena lavati. Una, due, tre volte con sempre maggior vigore. Improvviso il latrare dei cani, violento, cattivo e a lacerare il silenzio si aggiunsero le ossessive grida di Smangia: Annette! Annette!.
Erano grida angosciate, forsennate, disperate, ripetute. Maria lasci cadere il sapone nell'acqua. Si alz a fatica. Vide Cane schizzare fuori dal cascinale in una corsa sghemba. Usc da sotto la tettoia del lavatoio. Si agit verso il cascinale mentre la pioggia le bagnava il fazzoletto nero che sempre le fasciava il capo. La pioggia si era fatta insistente, piena e causa il vento, obliqua. Angela, in piedi sui pedali, affront l'ultimo tratto di strada in salita. Fu costretta a scendere. Abbandon la bicicletta sul ciglio. Ud i cani emettere un latrato straziante. Percorse gli ultimi metri di corsa, attravers l'aia deserta. Chiam la figlia. Nessuna risposta. Spalanc la porta della cucina. Nessuno. Torn fuori. Ud la voce del marito. Guard verso l'alto. Vide Giovanni affacciato al balcone di legno del primo piano. Ne osserv il viso terreo. Focalizz il cenno della mano, come volesse fermarla: Angela aspetta! Non salire!.
Quel non salire era ripetuto, perentorio. Angela sal di corsa la scala esterna. Percorse il ballatoio. Allontan il marito che tentava di sbarrarle la strada.
Si blocc sulla soglia del minuscolo ambiente, dove dormiva la figlia. Come fosse una riunione di famiglia, c'erano tutti: Maria, Battistin, Giuseppe e dietro di lei, come un'ombra, Giovanni. Centr lo sguardo su Smangia. Il giovane era raggomitolato in terra con Annette stretta fra le braccia. Con un dondolio, lento, ripetuto, sempre uguale, la cullava senza emettere alcun suono. E lui, cos grosso, in quella posizione sembrava essersi rimpicciolito. Ora era Giuseppe a cercare di impedire alla donna di avvicinarsi. Fu scostato con uno spintone. Angela si chin. Strapp Annette dalle braccia di Smangia. La figlia non respirava pi. Era morta. La scosse come volesse ridarle la vita. L'accarezz emettendo un lamento che era nenia angosciosa. In quei terribili istanti non fece caso che al collo della figlia non pendeva pi il ciondolo luccicante che le aveva regalato. Cos come non bad al vestito a grandi fiori rossi, che indossava. Si preoccup di coprirle le gambe rigate da un filo di sangue raggrumato. Le dita s'impigliarono nel tessuto lacerato in pi punti. Il suo mugolio si dilat in un urlo: Annette!.
In quel grido si condensava tutto lo strazio di una donna che stringeva fra le braccia la figlia morta. Smangia premette le mani sulle orecchie. Giovanni lo stratton: Maledetto! Maledetto! Cosa hai fatto?... L'hai uccisa. Battistin trattenne a stento il figlio. Pap lasciami... Il tuo bastardo l'ha ciulata e poi l'ha uccisa....
Giuseppe si avvicin ad Angela. Tent di sollevarla. Ottenne solo un brusco rifiuto. Rimase immobile, in piedi, a scuotere la testa senza sapere che cosa dire.
Maria, ammantata nel suo grembiule nero, sembrava una madonna invecchiata dal dolore. S'inginocchi al fianco di Angela. Per la prima volta le cinse le spalle. Un gesto che le fuse in una straziante piet vivente. Dopo un istante di disperato silenzio sollev il capo e mormor: Qualcuno vada a chiamare don Erminio.

Io non ricordo. Non riesco a ricordare cosa  successo. Ho un bello sforzarmi, ma niente. Non so mica dire come mi viene in mente adesso quel momento, seduto su questa sedia che mi fa male al culo sotto questo cielo che - io lo so - fra un po' butter gi acqua, mi bagner tanto, ma non importa a nessuno, neanche a me, non  mai importato a nessuno di me.  stato un momento cos brutto, forse il pi brutto fra tutti i momenti brutti della mia vita cos stracca. Ricordo che sono tutti attorno a me... Gridano. Gridano: Cosa hai fatto! Cosa hai fatto! E mi spingono forte, ma forte. Giovanni mi vuole picchiare... Non ho paura. Li lascio fare. Lo so che sono pi forte: mi basta alzare un braccio e cadono tutti per terra. Non lo faccio. Non ne ho voglia. La mamma piange.
S! Ho fatto come Giuseppe, ho messo il mio becco su quello di Annette. Bello, non brutto.  mia amica.

Smangia tenne la testa bassa, non reag al padre e a Giovanni che lo trascinavano via. Sollev il capo. S'inarc nel momento in cui Angela lo colp alla schiena con due pugni violenti: Maledetto! Maledetto!.
Giuseppe la strinse a s, nel tentativo di impedirle di scagliarsi ancora contro il giovane. Battistin teneva il giovane per un braccio. Non occorreva molta forza, Smangia non reagiva, immerso com'era nella sua assenza. Per calmare la disperazione della donna il vecchio patriarca disse: Sta tranquila: a questo qui, ij pensoma noiutri. Padre e figlio, seguiti da Maria, presero a strattonare il malcapitato come fosse una bestia da macello: Cammina bastardo... cammina. Lo spinsero gi dalla scala fino alla cucina. Gli indicarono la sedia. E lui si sedette. Eseguiva qualsiasi ordine senza tentare di ribellarsi. Gli sarebbe stato facile fare uso della forza ma non lo fece. Era una sorta di Sansone a cui erano stati tagliati i capelli. Giovanni prov a legargli i polsi dietro la schiena ma, a causa della mano, il nodo venne lasco. Battistin, scosse il capo, sciolse la corda, la fece passare dietro lo schienale quindi la incroci sui polsi, strinse con forza: Parj a bogia p nen. Giovanni fece finta di non aver sentito. Disse che sarebbe andato a chiamare don Erminio. Aggiunse, che lui, di quello l, non si era mai fidato. Gli rimbalz la voce del padre: V, v a ciam l prive, invece d rompe le ble. Si avvi verso la porta. Aveva quaranta e pi anni, ma, nei confronti del padre, si comportava come un bambino. Butt l'occhio sulla madre che in piedi davanti alla madonna di gesso ripeteva: Me lo sentivo, me lo sentivo che sarebbe successo. Sost sulla porta per tornare a dire: Allora vado a cercare Erminio.
La madre interruppe la sua litania per riprenderlo:
M' racomndo! Di' a don Erminio che venga subito.
Angela era in ginocchio, a fianco della figlia. Le accarezzava il viso. Le tocc il vestito. Strofin la stoffa fra le dita, non riconosceva quell'indumento. Di scatto strinse con forza la figlia. Giuseppe le accarezz il volto. Si chin. Prese, fra le braccia, il cadavere di Annette. Lo sollev.
Lasciala... cosa fai?.
Vuoi lasciarla l, in terra?. Con delicatezza la distese sul letto dal materasso di fieno. Angela si spost. Si rimise nella stessa posizione. Prese le mani della figlia fra le sue, se le strofin sulla guancia. Dal pugno chiuso di Annette cadde un bottone. Istintivamente la donna lo nascose nella tasca del vestito. Si volt. Si aggrapp alla giubba di Giuseppe: Ha cercato di difendersi... Chi  stato a trovarla?.
Giuseppe tent di tranquillizzarla, le pass una mano fra i capelli, l'abbracci. Le mormor in un orecchio chi era stato il primo a scoprire quanto era successo: Giovanni. Angela si liber dall'abbraccio. Accarezz ancora il volto della figlia. Giuseppe sfior il viso della ragazza morta. Fu allontanato con un gesto brusco: Non la toccare. L'uomo arretr. Usc dalla stanza senza dire pi nulla.
Cane spinse con il muso la porta della cucina. Trotterell a strofinarsi contro le gambe del padrone, seduto sulla sedia con i polsi legati dietro la schiena. Gir intorno come in cerca di un aiuto. Per farlo emetteva un suono anomalo, prolungato quanto monotono.
Battistin bestemmi. Allontan il bastardino con un calcio. Ma va fra dle ble!.
Solo allora, Smangia reag. Malgrado fosse legato, si alz in piedi, trascinandosi dietro la sedia, centr il padre con una testata. L'uomo barcoll ma si mantenne in piedi pronto a scagliarsi contro il figlio che si dibatteva nel vano tentativo di sciogliere il nodo che gli legava i polsi. Maria tent di calmare gli animi, ma il marito picchi il pugno sul tavolo: Dio faos, ti butte nen an mes. It l'has cap?.
Giuseppe entr nella cucina nel momento in cui il padre, agguantato Smangia per le spalle, lo scuoteva come un melo. Allontan il padre. Si piant davanti al fratellastro: Tu l'hai ammazzata! Dillo che l'hai ammazzata. Come fosse uno dei tuoi vitelli, n! Dillo, bastardo! Perch? Il perch non lo sai neanche te!. Smangia rimaneva immobile. Non batteva ciglio, gli occhi fissi guardavano lontano, oltre il confine, il confine segnato da quelle domande.

Mi stavano addosso... avevo le mani legate dietro la schiena come adesso... non so mica perch... anche Angela non mi voleva pi bene... Annette... si era addormentata e me l'hanno tolta. Ma dormiva cos bene...
Nelle orecchie una nuova voce? Una mano magra, le dita lunghe, secche, mi accarezzava la spalla. Non era cattiva, voleva che io fossi tranquillo, ma tanto io non mi muovevo, non mi importava niente. Non mi importava pi niente.

Don Erminio in piedi, un po' curvo, al fianco di Giovanni con un lento movimento rotatorio teneva la mano secca sulla spalla di Smangia.
Si rivolse a Maria come non volesse avere a che fare con gli uomini di casa, cani arrabbiati, con voce lenta e calma disse che adesso sarebbe arrivato il maresciallo, inclin il capo e prov a dire con voce titubante che desiderava rimanere solo con il giovane peccatore.
Giuseppe si accost al prete: Don Erminio, lo so che questo  il suo lavoro, ma lo lasci perdere questo qua.  come cavare sangue da una rapa Battistin sollev il bastone: mi sbaglier, ma chiel s a parla gnanca a riempirlo di botte!.
Sarebbe stato difficile definire il reale sentimento del padre nei confronti di quel figlio che riteneva disgraziato, che viveva da sempre come una colpa.
In ogni istante della sua vita lo aveva aggredito, maledetto, a volte anche deriso, per lo sentiva sangue del suo sangue e tanto era bastato per imporlo agli altri e tenerlo l, sotto il suo tetto. Smangia cambi prospettiva al suo sguardo. La faccia del prete era annegata nella solita espressione dolce e molle. Maria non diede tempo a Don Erminio di contraccambiare lo sguardo. Lo supplic di salire. Di sopra, c'era, certamente, pi bisogno di lui. Giovanni non diede tempo al prete di decidere il da farsi. Lo prese sottobraccio e lo sospinse verso la scala. Il prete si lasci trasportare, in fondo soddisfatto di non dovere rimanere solo con Smangia. Si volt per dire con voce flautata e gesto magnanimo: Io salgo, ma voi, vi prego, toglietegli quella corda, gli taglia i polsi. Battistin si avvicin al figlio. Armeggi con i nodi delle corde, ma non ci pens a scioglierli, anzi, controll che fossero ben stretti.
Aveva cessato di piovere. Nell'aria era forte l'odore dell'ozono.
La camionetta dei carabinieri affront l'ultimo tratto di strada che portava al cascinale degli Odasso. A bordo, oltre all'autista, il maresciallo Calosci con i baffi grigi d'ordinanza e il ventre prominente stretto nell'alto cinturone; irrigiditi, nel sedile posteriore, tre militari dal volto di bambino.
Il maresciallo, che non aveva avuto figli, ma li avrebbe voluti, si rivolgeva ai subordinati con tono burbero ma sempre paterno.
Era curioso come le varie professioni, in quel periodo, fossero etichettate da voci e comportamenti precisi: il prete aveva un tono mellifluo, il graduato si caratterizzava per una presunta importanza del ruolo, segnata da una voce imperiosa e assoluta.
Il maresciallo Calosci sollev la mano compressa in un guanto di pelle marrone. Ordin di fermare il mezzo al centro dell'aia. Scese. Seguito dai suoi uomini, si diresse verso l'unica porta spalancata di Ca' Odasso, quella della cucina.
Battistin, quando vide il maresciallo si scur in volto. Non gli piaceva vedere militari in casa sua. Istintivamente fece una sorta di leggero inchino. E, cosa non solita, parl in italiano. Indic il malcapitato seduto al fondo. Ripet pi volte quale disgrazia si fosse abbattuta sulla sua casa: Me lo sentivo che marcava male, i cani non mi mangiavano da due giorni.
Calosci lo preg di mantenere la calma. Tutto si poteva risolvere tranne la morte. Era la prima delle tante gaffe che avrebbe fatto, per le quali il maresciallo era conosciuto in paese. Ordin a due dei militari di rimanere a guardia della porta d'ingresso. Indic a Battistin di non muoversi dalla sedia sulla quale si era afflosciato. Seguito dal terzo militare raggiunse Smangia. Gli gir tre volte attorno: Questa volta l'hai combinata bella. Proprio bella!. Ordin all'attendente di sciogliere i lacci attorno ai polsi. Solo adesso si avvert la cadenza meridionale. Picchiett la spalla di quello che poteva gi considerarsi un condannato. Tu adesso te ne vieni buono, buono via con noi.... Cane mugol. Si strofin contro le gambe del suo padrone. Il giovane si chin nel tentativo di accarezzarlo. Il maresciallo non perse l'occasione di ordinargli di stare fermo: Accarezzi i cani, ma ammazzi la gente... Su, andiamo.
Battistin si alz per seguire il gruppo: Na testa matta... da quando  nato... N gran picio!.
Come non ce la facesse pi, si compresse il petto e torn a sedersi: Maresciallo, io non ce la faccio.
Calosci torn sui suoi passi. Tese la mano al padrone di casa. Tent di calmarlo garantendogli che presto gli avrebbe fatto sapere. Battistin sollev il capo. Chiam l'altro figlio: Giuseppe! Giuseppe! A lo prto via! Vieni gi! Dio faos! Ven gi! e Giuseppe comparve in alto sulla scala. Pap sono qui. Non ti agitare. D temp.
Scese le scale di corsa. Raggiunse il maresciallo e i tre militari che lo seguivano come automi, privi d'interesse per quanto era avvenuto in quella casa. Tese la mano al militare che al contrario port la sua, tesa, di taglio, alla visiera del berretto. Il gruppo usc. Si diresse alla camionetta.

Non so mica chi erano quei due che mi stavano al fianco, troppo vicini, vestiti uguali. Ero contento che mi avessero portato via. Mi mancava Cane. Io, con Cane ci parlo. Ci dico tutto, con gli altri no: non ci riesco e poi mica mi ascoltano. Agli altri ci do fastidio. No. Annette e la madre sono pi brave. Ma questi qua, adesso, dove mi portano?
Dietro, Giuseppe non smetteva di parlare, diceva a quello grasso con i baffi che dentro c'era una brutta situazione, che Angela si sentiva male.
Mi spingono. E muoviti, no?. Mi costringono a salire sulla camionetta. Li lascio fare, perch voglio tanto andare via. Stiamo stretti dietro. Manca l'aria. Mi manca Annette.

Il maresciallo si lasci cadere nel sedile al fianco dell'autista. Si sporse dal finestrino. Ascolt la frase che Giuseppe gli sussurr a un orecchio. Annu. Il cenno di assenso era impercettibile a causa della sua testa quadrata simile ad un fermacarte in bronzo. Non lasciate sola quella povera donna. Salut militarmente, senza aggiungere altro. La camionetta part di scatto. La ghiaia schizz all'intorno. Smangia si volt. Da dentro la camionetta osserv Ca' Odasso che si allontanava rapidamente.
Toni era seduto al tavolo. Distribuiva le carte. Importante  scegliere il momento... Menico ed Enea le raccoglievano. Le sistemavano a ventaglio. Centellinavano la lettura. Mai subito... Bisogna lasciare scorrere il gioco. Si sistem sulla sedia. Prosegu con tono di sufficienza: Cip... carte... tutto quello che volete, ma mai passare.
Toni estrasse dalla manica una carta.
Deve essere un gesto naturale cos.
Minchia!  'na parola.... Toni prov a ripetere ancora una volta il gesto in cui dimostrava tutta l'abilit di un baro consumato: Normale. Pi sei normale e pi riesce... Gli altri non ci pensano... Non se lo aspettano, se tu hai saputo presentarti.
Enea, come sua abitudine, fece un intervento idiota: E d'estate con le maniche corte... Come cazzo fai?.
La porta di ferro della cella si spalanc. Due secondini spinsero dentro Smangia. Toni senza neppure sollevare il capo riconobbe il nuovo ospite: Toh! Chi si vede. Il primo dei due secondini indic la cuccetta in alto. Quello  il tuo posto....
L'altro secondino, tanto per non essere da meno, aggiunse: E niente storie, capito?.
I due uscirono senza aggiungere parole, solo il violento suono metallico della pesante porta.
Enea, che ricordava di essere stato difeso proprio da Smangia, gli diede una manata di benvenuto sulle spalle: Minchia, che piacere mi fa... Ti fermi qualche giorno con noi?. Smangia non rispose, era assente, sembrava non avere mai visto quei tre come non capiva dove diavolo si trovasse. Enea fu pronto a cedergli la propria cuccetta. Mettiti al mio posto... Vedrai, qui dormi meglio. Toni, gi scocciato dal silenzio del giovane, si alz. Gli piant un dito nel petto: D, ma tu come ti chiami?. Smangia rimase muto. Privo di una qualsiasi espressione. Guard la branda che gli era stata indicata. Toni estrasse dalla tasca del pigiama un pacchetto di Alfa. Estrasse una sigaretta. Gliela ficc in bocca. Strofin uno zolfanello sull'unghia e gliela accese. Smangia accenn un leggero sorriso. Si sent toccare di gomito: E tira, no?. Non gli era mai successo di essere al centro dell'attenzione. Finalmente uomo fra gli uomini, aspir con forza una gran boccata. Che subito sput con la tosse. Ma con i colpi di tosse rise, rise a crepapelle. Menico si rivolse agli altri due con tono ironico: Questo  dei nostri, eh?. Voleva dire che, tanto per cambiare, era arrivato un altro fesso tra di loro. Toni, come era solito fare quando gli cresceva il nervoso, misur la cella in lungo e in largo, invit Smangia a sedersi. Per tutta risposta quello, immobile nel suo mutismo, and a sdraiarsi nella branda indicata. Si volt su un fianco a guardare il muro. Enea si rivolse al suo capo: Ha ragione Menico, questo qua... e con un dito si picchiett la tempia. La risposta fu un'alzata di spalle e un gesto che mandava al diavolo il nuovo venuto: Quello bisogna lasciarlo stare... Fare come neanche ci fosse.... Come sempre il concetto fu accolto con un: Tanto, che minchia ce ne frega?.
Una leggera bruma avvolse il piccolo cimitero di Sangano. La bara, costruita con quattro assi di larice, era sostenuta da Giovanni e Giuseppe tramite una grossa corda infilata nei manici di ferro. I due, fradici di sudore, la sospesero sulla fossa. Controllarono che fosse centrata sullo scavo: Molla... piano.
La bara dondol una, due volte. Inizi a scendere: Piano... piano. Giovanni, inclinato all'indietro per bilanciare il peso, non resse lo sforzo, la grossa corda scivol fra il pollice e l'indice rigido della sua mano deforme.
Il feretro s'inclin paurosamente e si rovesci di traverso nello scavo.
Angela in lacrime cacci un urlo, si sporse tanto che se non fosse stata sorretta da Maria sarebbe caduta nella fossa. Battistin come suo solito inve contro il figlio. Si chin nel tentativo di raddrizzare la cassa.
Giuseppe lo obblig a rialzarsi. Si cal nella fossa. Raddrizz la bara e la centr nello scavo non troppo profondo. Con un agile balzo torn in superficie. Con il dorso della mano si asciug il sudore. Accarezz il volto di Angela rattrappita nel dolore. Agguant una pala, ne porse un'altra al fratello. I due presero a riempire lo scavo. La terra e i sassi caddero sul legno della cassa. Un rumore sordo e cupo si fuse con il pianto delle donne. In breve la fossa fu riempita. Il mucchio della terra smossa eman nell'aria odore forte e particolare. I due fratelli si scostarono.
Don Erminio fece due passi avanti, con voce lenta e nasale diede inizio all'orazione funebre.
Maria sgranando il rosario ripeteva le parole del prete. A tratti s'interrompeva. Portava la mano alla fronte: Povera piccola... povera piccola! Che vergogna... che vergogna! e subito riprendeva la preghiera con parole latino-piemontesi.
Giuseppe si accost al padre. Gli sussurr una frase all'orecchio. Angela cedette. Cadde in ginocchio. Stese le mani sul tumulo di terra bagnandolo di pianto. Don Erminio sospese l'orazione si accost alla donna. L'aiut a rialzarsi. La sorresse. La tenne stretta a s. L'accompagn lontano dai famigliari: La vita ti mette alla prova con il dolore pi grande... Ma so che tu sarai cos forte da sopportare questo momento....
Unico obiettivo della vita di Angela era stato fino a quel momento il benessere di Annette: per lei aveva compiuto le ultime scelte. La morte rappresentava la fine delle speranze. Che scopo poteva ancora avere continuare a vivere? Niente e nessuno avrebbero potuto darle la forza per tirare avanti:
Senza Annette, che faccio nella vita?... Mi dica, don Erminio, che motivo ho di vivere.... Don Erminio le pose una mano sulla nuca come volesse benedirla: La fede... solo ora puoi capire a pieno il valore della fede. Non devi dimenticare Giovanni, tuo marito... la tua nuova famiglia.
Angela si scost quasi con rabbia: Mio marito? La famiglia? Don Erminio, lei sa meglio di me che non sono mai stata accettata, usata s, ma accettata proprio no, n me, n mia figlia.... La donna strinse il polso del prete per chiedergli il massimo dell'attenzione. Osserv i famigliari uno a uno mentre si allontanavano. Confabulavano, pi che parlare, come cospirassero: Li guardi....
Gli Odasso erano raggruppati in un cerchio stretto, simile ad un gregge di pecore, come per scaldarsi l'un l'altro, e non far trapelare n pensieri n parole. Il prete non si diede per vinto:
Mia cara,  solo il dolore che ti fa parlare in questo modo...  brava gente... sono come tutti qui, nella valle, ma quando poi il cuore si scioglie  per sempre.
Toni, Menico ed Enea erano seduti per la cena attorno al tavolo sistemato contro il muro della cella. Il pi giovane dei tre scost la scodella sbeccata piena di una zuppa acquosa. Si alz. Sbatt il pugno contro il muro. Disse che lui proprio non ce la faceva a stare chiuso l dentro.
Punt il dito contro Menico: Tutto per colpa della tua stronzaggine. Toni si pose in mezzo ai due. Ordin di piantarla. Sedersi e mangiare.
S! Ingoiala tu 'sta merda.
Toni s'impose di non sentire. Ficc il cucchiaio nella sbobba verdastra: Come quella della mamma.
Menico ne approfitt per sfotterlo: Ma se non l'hai mai vista.
Toni, sorrise sprezzante: Meglio no?.
E dopo aver ingurgitato di malavoglia anche lui, accus Menico: Davvero un coglione.
Il giovane reag: E stai zitto.
Sbocconcell un pezzo di pane nero: E tu magari impari a guidare.
Toni fece volare in terra la tazza. Lo prese per la casacca: Ho detto zitto, stronzo!.
Questa volta fu Enea a tirare Toni da parte. Quasi piangendo lo preg di calmarsi. Lo implor di fare in modo di tirarli fuori da l dentro.
Menico si un a quelle parole. D'accordo, aveva fatto una cazzata; ma ci che era fatto era fatto. Dovevano pensare a un modo per andarsene e basta. I tre si risedettero immersi in un silenzio rabbioso. Fu ancora Menico a indicare Smangia disteso nella branda: Ma questo non parla, non mangia. Per che minchia vive?.
Enea prese la sua zuppa. Si alz. L'avvicin alla bocca di Smangia: Dai, l' ancora un po' calda.
Quello non si mosse. Toni dal tavolo gli grid: E mangia no! Che poi non stai dritto.
Per tutta risposta, Smangia si schiacci ancora di pi contro il muro.
Angela era stesa nel letto. Gli occhi spalancati verso il soffitto. Continuava a rigirare fra le dita il bottone trovato stretto nella mano della figlia. Osserv il marito entrare nella stanza con un bicchiere di vino in mano: Bevi. Ti far dormire.
Lei fece cenno di no, senza riuscire a trattenere un singhiozzo. Giovanni, tracann il bicchiere di un fiato. Si slacci i pantaloni. Li sfil. Li butt di traverso sulla sedia. Si lasci cadere pesantemente nel letto senza neppure sfilarsi la camicia sfilacciata nel collo. Angela si asciug il volto. Si sollev su un gomito:
Hai scoperto tu Annette?.
Giovanni stir la riversa del lenzuolo:
Ma di nuovo? Quant' che vai avanti con 'ste domande? Piantala l no? Mi capiso tut... si capisce che fa male 'sto dolore, ma dobbiamo cercare di continuare a vivere no?.
Angela si sedette. Il volto fra le mani:
Si tratta di mia figlia, lo capisci o no?.
Giovanni gonfi le guance per il fastidio, rispose come fosse un ritornello, che era stato Giuseppe a scoprire Annette: Te l'ho gi detto... io ho sentito gridare e sono corso....
La donna si volt di scatto: Se mi hai detto che sei arrivato tu per primo.
L'uomo si gratt il collo scurito dalla barba non rasata: Che faccia di merda, Giuseppe ti ha detto questo?.
Giovanni si gir su un fianco per prepararsi a dormire e interrompere la conversazione con una frase che avrebbe voluto essere perentoria:
Tu devi dare retta a me... in sovrapprezzo aggiunse c'era anche mia madre....
Come prendesse coraggio, si lev fino ad appoggiare la schiena al cuscino e dimentic di nascondere la mano: T'am dise... mi vuoi dire, dio faos, a che diavolo ti servono queste domande? A stare male... A stare ancora pi male, ecco a che cosa ti servono. Dio Criste d'un Dio Criste. Come se la bestemmia lo avesse fatto sentire meglio, ripiomb disteso. Angela volt le spalle al marito, forse per nascondere le lacrime. Con voce tremante chiese cosa stesse facendo Smangia. Silenzio.
Lei insistette: voleva conoscere ci che gi sapeva, era un desiderio inconscio di rivivere la scena della morte della figlia, oppure sentiva che i conti non tornavano?
Ottenne un'unica, laconica risposta: Quello che hai visto.
Adesso i suoi occhi erano asciutti, la voce ferma in un'improvvisa durezza. Adesso era determinata a scoprire minuto per minuto quanto era avvenuto.
Dimmelo!.
Che due palle! Doi ble grsse parj.
Due palle? Annette  morta... Me l'avete uccisa voi... Voi me l'avete ammazzata.
Ma che diav it dise... Noi? Smangia, vorrai dire.
Angela si piant ai piedi del letto con il volto segnato dal dolore: Appunto tuo fratello.
Smangia non  mio fratello!.
Gi! E che cosa , allora?.
Giovanni sistem a fatica il cuscino sotto la testa e raccont che il padre aveva avuto il balengo, come lui lo chiamava, da un'altra donna... una puttana di un paese vicino. Ce l'ha portato in casa e noi ce lo siamo tenuto... Un bel regalo, no?.
Ad Angela dei problemi familiari non gliene importava nulla, subito ripropose ci che l'assillava: la scena del delitto.
L'assassino aveva le mani sul collo della figlia quando fu scoperto? No! Smangia la teneva stretta fra le braccia.
Le parole furono pronunciate in modo lento e strascicato proprio di chi le ha ripetute mille volte. Giovanni aggiunse un suo commento: Per me, mica si rendeva conto di cosa aveva fatto!.
Angela tent altre domande ma il marito le volt le spalle. Adess basta:  ora di dormire.
Angela non gli diede retta, prosegu a fare domande sui pochi fatti di cui era a conoscenza. Per quale motivo la ragazza non aveva pi al collo il ciondolo che le aveva regalato? E poi dove aveva preso quel vestito? Le era stato regalato? Da chi? A quelle parole Giovanni con voce gi impastata di sonno disse: Se lo sar comprato lei no?.
Tu dici?... E da chi?. Ma la stanza si riemp di un russare profondo.
Elide, la merciaia, era in piedi su uno sgabello.
Ordinava scatole di bottoni sul ripiano pi alto dello scaffale. Sembrava non fare nessuno sforzo. Abituata a gesti, movimenti, parole sempre uguali.
Certo era un modo per sopravvivere, per darsi sicurezza e fermare il tempo.
La campanella d'ingresso tintinn. La negoziante si volt. Angela era sulla soglia, bianca in volto, gli occhi cerchiati. Elide scese dallo sgabello: No! Non devo comperare nulla.
Ma ch'as preocupa nen... non si preoccupi proprio.
Le sfior il braccio e l'accompagn con delicatezza verso l'unica sedia accostata di traverso al bancone. Pochi istanti, poi prima una, poi l'altra si misero a piangere.
Elide prima di sciogliersi, pronunci banalit di circostanza: che le faceva piacere vederla, che non aveva il coraggio di chiederle come stava, ma poteva immaginarlo. Lei non aveva avuto figli. E, come succede alle persone sole, prese a parlare di se stessa, a dire che non si era mai sposata ma che molti anni prima aveva avuto un aborto, da allora non aveva pi voluto vedere un uomo.
Il suo unico amore stava tutto l, fra quelle quattro mura, fra quei pochi vestiti appesi e in quelle scatole di biancheria intima.
Si aggiust lo chignon e nel tentativo di fare coraggio al dolore della donna, aggiunse la banalit delle banalit: Vedr che il tempo  galantuomo.
Si sedette sullo sgabello che serviva da scaletta per raggiungere i piani alti dello scaffale. Prese le mani di Angela fra le sue e chiese in che cosa poteva esserle utile. Con gesto affettuoso le asciug gli occhi.
Angela con voce ferma le chiese se sua figlia avesse comperato un vestito, trov anche la forza di descriverlo nei minimi particolari: Un vestitino attillato, corto... a fiori. Certo, Annette, si era fermata tante volte davanti alla vetrina, ma non era mai entrata nel negozio. Elide si alz per sistemare la manica di un vestito che sporgeva e guastava l'ordine costituito. Si trattava di una scusa, era un modo per coprire il silenzio.
Improvvisamente, accarezzando la stoffa di una gonna: Ah s! Voleva farle un regalo... E ha comprato quel vestito l.
Angela scatt in piedi. Affianc la donna: Chi?... Chi l'ha comprato?. Elide sfil una forcina dallo chignon e la rinfil nella stessa posizione. Si pass due volte la lingua sulle labbra. Guard la sua interlocutrice:
Smangia!... Era emozionato. Poverino... bisognava vederlo.
Smangia? Sicura eh?.
Scherza? Gli ho fatto io il pacco regalo e gli ho detto io come fare la sorpresa.
Angela strinse il polso della donna, rinnov la domanda. Ascolt ancora una volta le stesse parole e il nome di Smangia. Dunque era stato lui a comprare il vestito a regalarlo, magari a obbligare Annette a indossarlo e poi... non volle proseguire nella ricostruzione di quanto era avvenuto, trattenne un ennesimo scoppio di pianto, abbracci la donna e usc dal negozio senza pi avere la forza di parlare.
Una guardia grande e grossa si affacci nella cella. Punt il dito contro Smangia: Tu seguimi.
Il giovane sollev il capo. Lo guard con l'espressione vuota di chi proprio non capisce. La guardia si avvicin minacciosa ripetendo l'invito, se d'invito si poteva parlare, ma il giovane non si mosse, con lo sguardo sembr cercare aiuto nei compagni di cella. Toni non si trattenne dall'intervenire: ...e adesso che accidenti ha fatto?.
La guardia non gli rispose, con durezza rinnov l'ordine: Allora ti muovi?.
Toni questa volta si pose davanti alla guardia in tono di sfida: Le ho fatto una domanda.
Ho detto qualcosa a te?. Di nuovo rivolto a Smangia: Porca puttana, ti vuoi muovere, s o no?.
Smangia raggiunse la guardia. Prima di uscire si volt a guardare i tre compagni, sent Enea dire: Ci vediamo dopo.
Appena fuori dalla cella, Smangia si trov affiancato da due guardie che lo tenevano stretto spalla a spalla, lui non avrebbe saputo descrivere la sensazione, ma quel sentirsi compresso non gli piaceva, come non gli piaceva quel lungo corridoio. Lo disorientava, del resto si era abituato alle quattro mura della cella e ai tre compagni. Ricordava solo Cane e cane gli mancava davvero. Ne chiedeva notizie a Toni e quello, senza sapere di chi diavolo parlasse, gli diceva che Cane stava bene, che era cresciuto e facendo ridere i compagni aggiungeva anche che non c'era giorno che non chiedesse di lui. Smangia sorrideva. Lo fecero entrare in uno stanzone grigio e, al di l di una grata arrugginita, che tagliava a met un lungo tavolo in legno, vide Angela. Una delle due guardie lo fece sedere. Con tono secco diede il tempo di colloquio: Dieci minuti... capito? Non pi di dieci minuti.
La donna fece cenno di s con la testa. Smangia ripet lo stesso gesto, ma dall'espressione s'intuiva che non aveva capito nulla di quanto stava succedendo. Lo sguardo della donna gli fece sentire formicolio lungo tutto il corpo. Una sensazione che non gli dava tregua e non gli permetteva di stare fermo. Lo obbligava a un dondolio. E quando sent Angela dire che Annette gli voleva bene, che era la sua migliore amica, accenn un sorriso. Ascolt l'improvvisa frase secca: Perch l'hai uccisa? Perch l'hai fatto... dimmi perch?. Rimase in silenzio con la stessa anonima espressione sul viso. Tutto ci che fece fu aumentare il dondolio in avanti e indietro.
Non lo turbava la voce della donna che tra le lacrime ripeteva: Ti supplico... parla.... Niente sembrava smuoverlo immerso com'era nella sua astenia.
Le hai anche regalato un vestito?. Neppure quel ricordo lo smosse. All'improvviso il tono che si era fatto suadente divenne rabbioso: Davvero credevi bastasse un vestito per fare l'amore con lei?.
In quell'istante un raggio di sole colp la spilla che la donna portava appuntata sul risvolto del tailleur. Smangia tese la mano verso la spilla: Luccica!.
Era lo stesso riflesso che aveva colpito il ciondolo di Annette durante l'unica passeggiata dei due giovani.
La sua espressione si fece sognante.
Il brillio sembr improvvisamente sbloccare il suo mutismo. Indic le scarpe di Angela: La suola ha tenuto?.
Angela sollev il capo di scatto come avesse ricevuto una frustata.
Si protese in avanti.
Si sforz di rimanere calma per non spaventarlo: Dimmi gliel'hai regalato per accarezzarla, Annette ti ha respinto... non ha voluto e tu....
No! Gliel'ho regalato per regalo.
Angela non ebbe neppure il tempo di stupirsi per la normalit del giovane, per la risposta corretta, sensata. Rifece la domanda, cos come chiedesse la cosa pi banale del mondo: Perch l'hai uccisa?.
Uccisa? Chi? Io?.
Angela ripet la domanda: Perch hai ammazzato la mia Annette?.
Smangia scosse il capo e sempre con voce sicura:
Io uccido solo i vitelli.
Angela tese la mano alla ricerca di un contatto ma la grata glielo imped:
E chi allora... dimmi chi? Dimmelo... ti supplico.
Smangia guard Angela pi stupito che spaventato, glielo aveva appena detto, lui non faceva altro che uccidere i vitelli, i vitelli e basta, Annette era la sua amica, la sua unica amica. Si ritrasse in silenzio.
Si volt a cercare le due guardie in piedi alle sue spalle. I secondini controllarono il quadrante del grande orologio appeso al muro, mancavano ancora due minuti alla fine del colloquio, ma come avessero intuito la situazione, si sganciarono dal fondo dello stanzone, raggiunsero il carcerato, lo affiancarono per ricondurlo in cella. Loro notarono che il giovane aveva gli occhi umidi di pianto. Angela rimase immobile a fissare il giovane che scompariva oltre la porta.
Un segretario, in abito scuro, apr la porta che dal lungo, anonimo corridoio del carcere, immetteva nell'ufficio fine ottocento: Direttore la signora Odasso.
E quello che doveva essere il direttore del carcere, capelli neri tirati all'indietro, abito grigio vivacizzato da una abominevole quanto colorata cravatta, allontan l'Olivetti nera, imbast un sorriso di circostanza. Si scost appena dalla poltrona in finta pelle. Indic alla donna la poltroncina ai piedi della scrivania.
Conged l'impiegato che con un anomalo saluto militare si ritir. Angela tese la mano: Grazie direttore per aver accettato di ricevermi.
Dovere signora... dovere....
Solo adesso l'uomo abbandon il suo posto, raggiunse il centro dell'ufficio pi che altro per osservare meglio la sua interlocutrice:
La prego si accomodi... Gradisce un orzo?.
Angela nonostante l'angoscia, avvert scorrere su di lei lo sguardo dell'uomo. Scosse il capo con un debole sorriso. Si sedette.
Si abbandon sullo schienale. Era inquieta quanto spossata. Il direttore rimase in piedi, chiese in che cosa poteva esserle utile.
Angela si pass una mano sulla fronte. Raccont che aveva appena incontrato Smangia. Il direttore aggrott le sopracciglia. Si scus.
Il carcere di Torino era grande, non poteva ricordare uno ad uno i suoi ospiti. Sorrise, certo di avere detto una battuta spiritosa. Era di quei personaggi che dovevano apparire simpatici ad ogni costo e ottenevano l'effetto esattamente contrario. Angela si scus: Smangia  il nome con cui lo chiamano in famiglia. Si corresse e rivel il nome di Smangia per esteso: Domenico... Domenico Odasso.
Il direttore doveva avere capito di chi si trattava, ci nonostante raggiunse uno schedario, scartabell per alcuni istanti fino a raggiungere la lettera alfabetica convenuta. Estrasse un plico, gli diede un rapido sguardo e lasci ripiombare i fogli al loro posto.
Si schiar la voce:
S.  il giovane che ha ucciso quella ragazza....
Angela con il viso asciutto e voce secca: ... mia figlia. Il direttore ammutol. Prese la sedia accostata al muro. La trascin di fronte la donna. Si sedette. Con movimento inconsueto le sfior la mano per farle coraggio. Stranamente quello era il primo gesto sincero da quando Angela era entrata nell'ufficio. Le chiese il motivo per cui aveva voluto incontrarlo con tanta urgenza. Nella voce del direttore del carcere c'era una certa titubanza, estrasse dalla tasca della giacca un pacchetto di Macedonia. Chiese se il fumo le dava noia. Ottenne il permesso. Accese.
Aspir una profonda boccata pronto ad ascoltare:
Per capire... voglio capire.
A quelle parole fiss gli occhi della donna cos dolci, pieni di tristezza. Allarg le braccia ancora una volta in un gesto innaturale, meglio sarebbe dire professionale. A suo dire c'era davvero poco da capire, tutto era chiaro: situazione e movente.
Ne  proprio sicuro?.
Il direttore la fiss adesso con attenzione del tutto nuova: Che cosa vuol dire?.
E se non fosse stato Smangia? Scusi Domenico Odasso. L'uomo scatt in piedi con movimento professionale: Ma signora che dubbi vuole ci siano... lei lo sa meglio di me....
Angela non si trattenne fece altrettanto. Adesso i due erano faccia a faccia pronti a contrapporre le loro posizioni.
Questa volta fu lei a sfiorargli la mano. A chiedergli di poter vedere gli effetti personali dell'assassino.
Signora quanto mi chiede  contrario alla legge credo che lei sappia che anche lo volessi, non potrei proprio accontentarla.
Angela si avvicin maggiormente. Lo fiss con i suoi occhi pieni di fascino naturale: La prego.
Il direttore disse di attenderlo, si trasfer nell'ufficio accanto. Si rivolse a un intendente seduto a riordinare scartoffie. L'uomo obbed prontamente. Si diresse verso una scaffalatura di legno accostata alla parete. Si chin. Un giro di chiave fece scendere una saracinesca di legno. Fra le altre, scelse una pesante busta di carta gialla. La consegn con fare sottomesso. Il direttore rientr nel suo ufficio, deposit l'involucro sulla scrivania. Lo apr. Estrasse pochi oggetti fra cui lo sgualcito gil di velluto indossato da Smangia nel fatidico giorno della morte di Annette. Angela chiese se poteva prenderlo fra le mani. A questo punto direi pu fare quello che vuole!. Controll i bottoni dell'indumento. Non ne mancava nessuno. Una possibile prova che Smangia non aveva nulla a che fare con la morte della ragazza. Angela estrasse di tasca il bottone trovato stretto nella mano della figlia. Lo confront.
Io ho compiuto un'illegalit, mi auguro che mi voglia spiegare le sue supposizioni?.
Angela sottopose agli occhi dell'uomo il bottone. Come parlasse a se stessa: Annette si  difesa nel momento dell'aggressione... aveva questo bottone stretto nel pugno... lo ha strappato a chi le stava togliendo la vita.
A dimostrazione delle sue supposizioni: Come vede, al gil non manca nessun bottone quindi....
Il direttore, sconfortato, ripieg il gil: Signora, questa le pare una prova?. La guard quasi con affetto: Lei lo capisce, vero?.
Angela non ascolt le parole dell'uomo. Accost il suo ai bottoni dell'indumento: Guardi! Ma guardi questi sono di osso bianco e questo  nero.
Si rivolse angosciata al suo interlocutore:
Dica... Dica che un dubbio adesso lo ha anche lei?.
Con un'espressione pi che significativa, il direttore del carcere, infil il gil nell'apposito incartamento:
Signora, mi creda...  un caso in cui non c' il minimo dubbio.
Accompagn il movimento con alcuni passi verso la porta. Angela comprese che il colloquio era finito. Lo segu verso l'uscita: Mi auguro che lei abbia ragione....
Strinse la mano tesa. Senza aggiungere una parola, abbandon l'ufficio. Si allontan avvertendo lo sguardo dell'uomo.
Attraverso la grata del confessionale, don Erminio osserv il profilo di Angela. Ascolt la voce della donna. Quella mattina era la terza credente che s'inginocchiava nella cabina che sapeva di legno, di cera e di sudore.
Lo spazio stretto, i paramenti, la stanchezza facevano sudare il prete che ripetutamente con un ampio fazzoletto di lino bianco si asciugava la fronte.
A tratti si voltava, come cercasse aria, poi, privo di concentrazione, tornava a porgere l'orecchio al racconto: Don Erminio c'era del sangue sul sesso di mia figlia.... Il prete si asciug il biancore della saliva che si formava agli angoli della bocca, la donna prosegu lo sfogo: Ho incontrato Smangia... Mi ha parlato... ha paura... paura di qualcuno.
Il sacerdote si pul il bordo nero che gli contornava l'orlo dell'unghia del pollice.
In cella Smangia si sente pi protetto... si sta riprendendo; per questo parla....
Angela schiacci il suo viso contro la grata: Don Erminio, io ho un dubbio....
Dimmi... Dimmi, ti ascolto.
Adesso era passato a rifinire la pulizia del dito mignolo: E se a uccidere non fosse stato Smangia?.
Queste parole suscitarono una reazione decisa:
Cosa dici?  bello da parte tua pensarlo, vuoi rendere pulita la coscienza di quel poveretto, ma sporchi quella di un innocente....
Angela non ascolt neppure le parole di circostanza, ma arriv a porre con forza la domanda che le premeva: Lei, in questo confessionale, ascolta tutti, la supplico... ha sentito qualcosa... qualcuno che....
Don Erminio, come un qualsiasi professionista, toccato in quello che per certi versi poteva ritenersi un lavoro, rispose in tono secco: Tu sai che la tua richiesta non pu avere risposta.... Il tono torn calmo, suadente, cantilenante: Io ti dico di andare in pace: la giustizia degli uomini  guidata da Dio.
Il prete usc dal confessionale, controll le proprie unghie, non poteva certo dirsi soddisfatto del lavoro, per cui mentalmente si ripromise di rifinirlo quanto prima, assunse l'espressione di circostanza che oramai scattava in automatico, strinse le mani della donna con finto calore. Disse che si sarebbero rivisti molto presto, le consigli di andare in pace. La famiglia le avrebbe dato un nuovo calore. Arretr. Si volt facendo perno su se stesso e si allontan.
Angela rimase a guardarlo, l'abito lungo dava l'impressione che Don Erminio non camminasse, ma che fosse trasportato da un tappeto rotante.
Lei, al contrario, si sedette su uno degli ultimi banchi della chiesa. No. Non per pregare ma per pensare. Ora sapeva di essere sola.

Io non capivo. Nel cortile tutti correvano come matti. Cercavano di prendere un pallone con i piedi.
Ai due lati del cortile avevano ammucchiato, a distanza uguale, le giacche delle divise. Qualcuno li chiamava pali. In mezzo a loro, c'era uno con un fischietto in bocca, ogni tanto lo usava, tutti si fermavano per litigare.
Poi ricominciavano a correre, ma forte, per subito tornare a scontrarsi, a darsi calci sulle caviglie mentre il pallone schizzava chiss dove.
Da una parte c'erano quelli a torso nudo che dicevano essere la squadra della repubblica, dall'altra, in canottiera, quelli che dicevano di essere per il re.
A me non avevano fatto giocare perch io cercavo di prendere il pallone con le mani, era pi facile, ma dissero che non si poteva. Ma quando uno gioca deve poter fare tutto, allora sono stato l a guardare, ma mica mi divertivo a vedere quelli correre e gridare passa, Toni era nella squadra a torso nudo, Menico ed Enea in quella in canottiera. Fu la prima volta che li vidi prendersi a calci.
Io pensavo a Cane.

Oggi, 2 giugno 1946, il popolo sovrano ha decretato che l'Italia  una repubblica. 12.718 000 sono stati i voti a favore contro 10.719 000 per la monarchia.
Battistin, con uno straccio si asciug la fronte:
Tant a l' l'istess... ugual, franc ugual.
Spense la radio dando una grande manata sulla radica piena di crepe.
Ma an pu tuti per balengo. Non avevamo da mettere sotto i denti gnent, prima! E i l'avroma gnent da mang gnanca adess!.
Si chin a raccogliere un paio di vecchie scarpe e sempre con lo stesso straccio inizi a strofinarle per togliere il fango. La moglie entr nella cucina come un'ossessa: Battistin... Battistin ven... vieni, corri.
Lui non si mosse. Con la mano infilata nella scarpa oramai priva di forma sollev lo sguardo:
S! Corri! A l' na parola... cosa a l' capitajie, ancora?.
La donna era fuori di s, come forse il marito non l'aveva mai vista in tanti anni che erano sposati, gesticolava e ripeteva come un disco rotto che fuori si picchiavano: As dan... se le danno... se le danno.
Battistin stent ad avviarsi come una vecchia auto sfiancata: Criste! Ma chi?.
Maria si accost al marito e fece ci che non aveva mai fatto in tutta la vita: lo prese per la mano: Giovanni... Giuseppe... i tuoi figli si ammazzano.
I due attraversarono il cortile polveroso. L'uomo zoppicava, a tratti saltellava, tentava persino di compiere qualche passo di corsa. Seguiva la moglie che lo trainava tutta inclinata in avanti per lo sforzo.
Gli occhi fissi sulla porta spalancata del magazzino. Dall'interno provenivano imprecazioni, insulti, colpi sordi, voci, frasi smozzicate. Giovanni urlava come un ossesso. Diceva al fratello che l'aveva visto rompere le scatole alla moglie: Io ti ammazzo!.
Si udivano violenti colpi di bastone che distruggevano gli oggetti accatastati intorno. Botte metalliche, vetri infranti Ad un tratto arriv la voce di Giuseppe che urlava:
Molla il randello o ti ammazzo!.
Chi ammazzi?... Chi?.
Battistin e Maria ansimanti, si affacciarono alla costruzione di legno.
Tu te ne stai buono buono, sai? Se no, io ti sputtano....
Maria ascolt terrorizzata la voce rauca di Giovanni che reagiva: Tu? Proprio tu vuoi sputtanarmi?... Hai un bel coraggio! Ma, se parlo io, ti trovi coperto di merda per sempre.
Immediato vol un colpo sordo. Il padre e la madre videro Giovanni che tentava di rimanere in piedi sotto i colpi del fratello, il sangue gli colava dal naso, fino a che croll a terra. Giuseppe gli fu sopra. Battistin, a fatica, prese il figlio per le spalle, con la forza della disperazione lo trascin all'indietro:
Ma t'ses mat?  tuo fratello... e non pu neanche difendersi con cola man strta!.
Maria con le lacrime agli occhi gridava che mai avrebbe voluto vedere i figli picchiarsi a quel modo senza un motivo. A quelle parole Giuseppe si scosse dalla presa del padre. Furente guard la madre: Sensa un motiv? Sensa un motiv it dise? Ma lo sai o no? Sto picio e indic il fratello che stentava a rialzarsi dice che voglio portargli via sua moglie... Ma it rende cont?.
Battistin raccolse le ultime forze, si erse al centro dello spazio. Agit le mani come un attore shakespeariano: Na volta per tute, deve ficheve bin an testa, dovete proprio piantarvelo in zucca che qualsiasi cosa succeda noi siamo gli Odasso!.
Aggiunse che da sempre gli Odasso erano e dovevano restare uniti. Strinse il pugno con forza a mezz'aria: Uniti cos!.
La madre aiut Giovanni a rimettersi in piedi e disse che il padre aveva ragione, del resto era sempre stato cos, niente poteva rompere la loro unione. Era bastato che degli estranei entrassero in casa loro per fracassare tutto.
Il riferimento, neanche a dirlo, era ad Angela e Annette. Venne ribadito che quelle non si erano mai integrate nella loro famiglia. Erano loro la fonte di tutti i guai.
Giuseppe non ascolt quelle parole, accus il fratello di aver trasgredito i patti:
S, intanto cosa sei andato a dire al giudice? Se ce la prendiamo in quel posto,  colpa tua... solo colpa tua, eravamo d'accordo s o no?.
Subito si rinfocol la lite: D'accordo un cazzo. Da Angela tu devi stare lontano! Lontano, capito!.
Battistin url un perentorio Basta.
Poi aggiunse che era ora di andare, ordin a Giovanni di darsi una lavata alla faccia, di togliersi il sangue raggrumato dal naso, mancava poco al passaggio della corriera e non potevano certo perderla a meno che della sentenza non importasse nulla a nessuno.
La moglie usc dal magazzino. Scuoteva ancora il capo e ripeteva come un disco rotto: Solo disgrazie: da quando c' quella, solo disgrazie.
L'aula del tribunale era piena di gente. Si sentiva un gran brusio. A tratti si coglievano frasi smozzicate del pubblico: c'era chi diceva che quello non aveva scampo, chi non era d'accordo su di una condanna a morte di uno Scemo:
Di', ma ha strozzato quella povera ragazza.
A un tratto si apr una porta laterale. Nell'aula il vociare si fuse con un'unica esclamazione: Eccolo!.
Smangia, accompagnato da due carabinieri, fu introdotto nell'aula del processo per ascoltare la sentenza. La barba lunga, gli occhi spiritati, sul viso il solito sorriso vuoto. Per un attimo si blocc impaurito, il suo sguardo ruot sulla folla. Quando individu Oreste, il macellaio, si ferm, il viso si distese in una sorta di calma. Si rabbui quando vide, farsi largo fra la gente, Giuseppe seguito dal padre, da Angela e dall'altro fratello.
Si accorse che della famiglia soltanto Maria non era presente. Sent alla bocca dello stomaco un groppo che lui non avrebbe saputo definire, ma era paura e gli crebbe pi forte quando Giuseppe gli si avvicin con l'indice sul naso. Un gesto che gli diceva di rimanere ben zitto. Smangia, impaurito, lo segu, lo vide riunirsi agli altri familiari seduti alle spalle del banco della difesa.
L'alto portale in noce al fondo della sala si apr con una certa lentezza. Entrarono quattro uomini e una donna, tutti vestiti di nero con un buffo cappello quadrato in testa. Uno dei giudici, con il volto paonazzo, il fiocco bianco troppo stretto al collo, si pose al centro; gli altri, due per parte, si sedettero al fianco. Picchi il martello di legno, due volte. Nell'aula cal un improvviso silenzio. Il giudice si alz in piedi, anche se in realt, sembrava ancora seduto. Con tono solenne, affrettato, lesse la sentenza:
Ascoltati i capi d'accusa, visti gli articoli (numeri) In nome del popolo italiano, la corte qui riunita dichiara Domenico Odasso colpevole e lo condanna alla pena di morte per fucilazione!
I volti di Battistin e dei suoi figli rimasero immobili, non lasciarono trasparire alcuna emozione.
Al contrario Angela si asciug la fronte con un fazzoletto. Si alz, cerc l'uscita e abbandon l'aula.
Due secondini spinsero Smangia nella cella. Toni e gli altri due compagni di prigionia lo attorniarono, lo avvolsero con una ragnatela di esclamazioni, di complimenti: Bravo Smangia... bravo... proprio forte. Nella galera era arrivata la notizia che il condannato, al momento della sentenza, non aveva battuto ciglio.
Smangia accett impassibile le pacche sulle spalle e le espressioni di gioia. Guard uno a uno i compagni, senza capire, come non aveva capito le parole del tipo con la mantella nera e il fiocco al collo, come non capiva perch fosse vestito a quel modo, del resto ancora non sapeva che cosa ci facesse in quella cella fin dall'inizio.
Quelli proseguirono a rincuorarlo: Presto! Tutti fuori dai coglioni... Lo sai che te li sei fottuti come bere un bicchiere d'acqua?.
Toni, gli fece coraggio, non si doveva preoccupare, era in una botte di ferro. Ci avrebbero pensato loro a tirarlo fuori di l dentro.
Enea vers del vino in un bicchiere: Tieni ti far bene. Smangia, lo prese estasiato. Mai nessuno aveva fatto un gesto simile.
Con il suo tono monocorde sussurr: Grazie!.
Toni, con il dorso della mano, gli diede una pacca al petto: Era ora!.
Si rivolse ai due compari: Finalmente il principe ha parlato. I tre gli si fecero ancora una volta attorno: Minchia, ti facevo muto... Eri incazzato con noi?.
Smangia, come nulla fosse guard il rosso del vino. Bevve tutto d'un fiato: Buono... A casa beviamo l'acqua del pozzo!.
Provarono anche a chiedergli il motivo per cui era stato muto fino a quel momento. Smangia, non rispose, rigir il bicchiere fra le mani, fiss il rosso del vino. Toni si spazient. Adesso ricominciava a non dire una parola. Menico si chin per guardare meglio il giovane e con le dita a carciofo chiese:
Che non ti fidi di noi?.
Smangia non fece altro che sollevare le spalle. Bevve il fondo del bicchiere. Interruppe la pausa di silenzio quasi fosse un attore consumato: Non mi va... il rumore... non mi va.
Ma che cazzo? Le parole, mica rumore sono?.
S! Invece lo sono.
Battistin si sedette a capotavola. Dietro di lui i figli rimasero in piedi, come due angeli custodi. Si strofin a lungo la fronte con i polpastrelli, anche se il suo viso non dimostrava alcuna emozione, quel gesto significava una profonda preoccupazione. Chiese alla moglie, piegata ad attizzare il fuoco, se c'era un po' di roba calda da buttare nello stomaco.
Maria esegu quello che in ogni caso era un ordine. Vers dell'acqua nel paiolo: Allora?.
Lo guard rilassarsi contro lo schienale della sedia. Allungare le gambe sotto la tavola. Lo ascolt mormorare che quanto aveva da dire l'aveva detto.
Era evidente che aveva bisogno di parlare, di raccontare quanto era successo in tribunale, ma non sapeva come o forse il suono stesso delle sue parole lo spaventava. Come se dirlo gli facesse rivivere la scena. Fino a che, con voce stanca, lenta, parl: era successo quello che tutti loro sapevano.
Smangia era stato condannato a morte. Guard i famigliari uno a uno: Cos adesso sarete tutti contenti!. Maria vers orzo e acqua calda in una grossa tazza. Rimescol e lo porse al marito. Giovanni si sedette all'altro capo del tavolo: A me non frega un bel niente....
Giuseppe mise una manciata di noci, al centro del tavolo.
Il gesto sottolineava i momenti di difficolt e precedeva una decisione da prendere. Incurante del fratello si rivolse al padre: Adesso cosa facciamo?.
Battistin prese a rovistare le noci, una a una, scelse la migliore.
Osserv Angela che scendeva la scala di legno, mentre il figlio lo incalzava: Non so... Cercare un avvocato.
Un pugno violento cal a schiantare una noce:
Non ti bastano i soldi che dobbiamo tirare fuori ogni mese per colpa di questo qua?. Con disprezzo indic Giovanni.
Per quale motivo Giovanni avrebbe dovuto essere colpevole? E di che cosa? A quali soldi si riferivano? Maria guard Angela per verificare se la frase avesse lasciato il segno: Veule, s o n piantla d parl, senza sapere cosa dite?.
Il messaggio era chiaro: tutti furono consci che era stata detta una frase di troppo. Giuseppe offr, alla moglie del fratello, una noce. Sono le prime ma gi buone, sai?.
Angela premette la mano sulla bocca dello stomaco: No grazie. Adesso non entra uno spillo. Giovanni gett una noce in terra e la ruppe con un colpo di tacco.
Menico picchi il montante della branda di Smangia con l'anello che portava al dito medio:
Ma dormi sempre! Che minchia di mosca ti ha punto a te? Se ti svegli,  solo per tornare a dormire.
Smangia si strofin gli occhi. A gesti quello gli fece capire che il momento era importante, che doveva prestare attenzione. Tutto era pronto. Fra due giorni.... Complet la frase picchiando con la mano sinistra il dorso della destra: Ce ne andiamo,... capito? due giorni e fffft... Via!.
Toni, appoggiato al muro, le mani in tasca, chiese a Smangia se sarebbe stato contento di fuggire con loro. Smangia lo guard senza rispondere. Ci fu una pioggia di bestemmie: tutti convinti che il giovane avesse ricominciato lo sciopero della lingua, insomma a non parlare, a essere indifferente a s e al mondo.
Fu Enea ad alzarsi, per sottolineare quanto avevano fatto mentre lui se ne stava a dormire: Aho! Guarda che siamo d'accordo con due guardie... Mica lo fanno per simpatia....
Toni lo interruppe. Abbass il tono di voce. Non era stato facile convincerli. C'era voluto tempo, tatto, sfreg l'indice contro il pollice e un fracco di soldi. Avevano tirato fuori tutti i loro risparmi e alla fine, ce l'avevano fatta. Due guardie erano con loro.
Smangia scivol gi dalla branda. Si sciacqu il viso. Toni lo incalzava. Gli ripeteva che non aveva scampo, che quelli avevano deciso di farlo fuori. Che era davvero un peccato crepare cos giovane.
Lui, con il viso gocciolante, lo guardava abulico come non capisse che cosa voleva dire. Quando gli chiesero se gli andava di rivedere Cane, allora s'illumin. Finalmente una breccia era stata aperta. Adesso erano rimasti senza un centesimo. Una volta fuori non avrebbero saputo come fare per campare. Tutta questa lenta, lunga costruzione approd alla domanda delle domande: Tu ne hai soldi?.
Smangia, segu il percorso di una lunga crepa che andava a spegnersi contro il soffitto. Fino a che disse quattro parole incomprensibili: Polenta e castagne o castagne e polenta!.
Questo non parla mai. Quando parla non sai che minchia dice. E di nuovo a chiedergli se di soldi lui ne aveva da qualche parte.
Smangia rispose soltanto un Io no!.
Per convincerli rovesci la fodera delle proprie tasche. Null'altro che un buco nella fodera sfilacciata.

Al mattatoio, Nino soldi non me ne dava, mi dava un pezzo di carne, ma mica sempre. E poi anche in casa i soldi mica li ho visti, che anche mio padre diceva sempre che eravamo poveri e diceva anche che saremmo s-cioppati pi poveri.
Ogni volta Giuseppe gli gridava che allora tutti i soldi che aveva ficcato nel materasso se li sarebbe portati nella tomba per niente.
E mio padre diventava viola in faccia come quando beveva il vino alle feste e si arrabbiava tanto. Pi o meno questo raccontai a quei tre.

Toni e gli altri due a sentire del materasso si guardarono, per nascondere le occhiate d'intesa, scoppiarono a ridere. Menico chiese ancora: Ma dici che sono tanti?. Smangia per accontentarli disse di s e poi trasgred alla sua consueta staticit, guard verso la porta della cella, abbass il tono della voce: Ma voi non dite niente a nessuno... A nessuno, vero?.
Menico ed Enea risposero in coro: A nessuno!.
In coro aggiunsero che sarebbero stati muti come pesci! Toni volle saperne di pi, ma cos, tanto per parlare. Cos alla domanda se il materasso era quello dove dormiva il padre con la madre, ottenne un cenno di assenso. Volle anche sapere dove era che dormivano i due.
Smangia con il dito indic l'alto, insomma voleva dire che dormivano al piano superiore, proprio sopra la cucina, quella che salendo la scala era la prima stanza. Del resto era giusto: Battistin era il padrone, era vecchio, non doveva camminare troppo per andarsi a riposare.
E tutti a dire che era giusto e gi a bere vino e a offrirne a Smangia. A fare un brindisi come dovessero festeggiare chiss cosa poi.
Elide la merciaia, usc da dietro il banco, prese dal basso dello scaffale due valige, una pi grande e una piccola. Le mise sul banco, le sottopose ad Angela e consigli pi una che l'altra per capienza e materiale.
Angela non sembrava soddisfatta. Aveva molta roba da portare via. Decise per la grande, nonostante la difficolt di trasporto.
Accompagnata dallo scampanellio, entr la postina. Frettolosa, sudata: Ti lamenti sempre che non ricevi posta, ecco qua. Rita depose una busta bianca sul banco: Fresca fresca....
Con leggero imbarazzo chiese ad Angela se poteva approfittare della sua presenza. Frug nel suo borsone di cuoio e ne estrasse una busta gialla: Una raccomandata per Battistin... Gliela pu dare lei, cos non devo venire fin lass?.
Ma certo.
La postina estrasse un quaderno e una matita:
Uno scarabocchio qui, per ricevuta.
Angela firm. Infil la busta in tasca mentre la postina rimise il quaderno nel borsone. Attiva, veloce, comp un mezzo giro su se stessa:
Beh, io continuo il mio giro... Si ricordi la lettera. Ciao Elide.
Attraverso il cristallo della vetrina, le due donne la videro allontanarsi in bicicletta. Considerarono la forza e l'allegria della donna, nonostante la vita certo non fortunata.
Fra una frase e l'altra Angela faceva domande dal tono casuale.
Avrebbe desiderato sapere ogni quanti giorni Battistin si recava a trovare la postina. La sua interlocutrice, invece di rispondere, sembrava trovare un altro argomento su cui dilungarsi e cos Angela era costretta a ripetere il quesito. Ancora una volta, Elide sfuggiva rifugiandosi in un nuovo pettegolezzo.
Non che non volesse rispondere, semplicemente non dava importanza a quella domanda, cos si metteva a parlare della figlia di Rita, di quanti crucci le dava, ma si accorse che non era proprio il caso di parlare di figli quando Angela la interruppe e domand ancora una volta: Battistin va sempre da lei?.
Non riusc pi ad esimersi dal rispondere, ma per quale motivo Angela voleva sapere quando, come e perch, quell'uomo si recava da Rita? Elide rispose a mezza voce: Una volta al mese.... Ma, come non volesse proseguire il discorso, sollev la valigia scelta: Allora, va bene questa?. Angela la soppes ancora una volta. E fece cenno di s, anche se i suoi pensieri vagavano in tutt'altra direzione. Pag. Si ficc il resto nella tasca. All'arrivederci della negoziante, rispose con un malinconico: Pu darsi. Usc, inseguita dalla voce della donna che voleva impacchettarle l'acquisto.
Pioveva. Come pioveva il giorno in cui era stata uccisa Annette. Angela era intenta a pulire le mele bacate, osserv Maria portare un pezzo di pane nero in tavola, lo pose di fronte al marito seduto a capotavola.
L'uomo si decise ad aprire la busta gialla che la nuora gli aveva consegnato. Lesse in silenzio. Il tremito delle labbra denunciava la difficolt. Si pass una mano sulla fronte. Sollev il capo.
Ci fu un tempo vuoto, lungo, pesante. Rotto all'improvviso da poche parole all'apparenza prive di emozione: Smangia ha ancora tre giorni di vita.
Angela lasci cadere la mela che stringeva in mano. Il frutto rotol in terra. Maria lo schiacci con il piede.
E cosa ti aspettavi? D'altronde....
Solo allora Battistin si scosse. Solita manata sul tavolo. Chiese che accidenti voleva dire quel maledetto d'altronde. Non gli bastava che lo ammazzassero, voleva dargli anche contro.
Solo perch non era nato dal suo ventre o, solo perch non era come gli altri? Appallottol la busta e la fece volare nel camino, il fuoco si ravviv all'improvviso per subito riprendere il vigore normale.
Giuseppe rientr stanco, sudato. Appoggi il forcone al muro. Trangugi con volutt un bicchiere di acqua gelata. Indic la lettera gettata dal padre sul tavolo. Intu di che cosa si poteva trattare:
Dicono quand'?.
Tre d. Fa' l cont....
Oggi  venerd. Il padre sgran le dita. Cont lento: Luned a quest'ora il mio Smangia non c' pi.
Maria si asciug le mani nel grembiule. Gli venne incontro con espressione esterrefatta:
Il tuo Smangia?... Ma fatti furbo.
A quelle parole, il figlio fu pronto a riprendere la madre. Quello non era certo il momento di recriminazioni. Confort il padre.
Avrebbe dato una sistemata a quel catorcio di automobile e sarebbero andati a salutarlo. La madre disse che lei e Giovanni non sarebbero andati a incontrare Smangia. Battistin si prese la testa fra le mani.
Lascia almeno che ognuno decida per se stesso, cretina di una cretina!.
Maria affond la mano nel pastone di meliga e acqua che riempiva l'ambiente di odore umido e melmoso. Lo rigir. Si pul nel grembiule. Agguant la giacca di velluto del marito. Se la butt sulle spalle per andare a portare il mangime alle galline.
Angela abbandon il secchio delle mele. Si alz. Comp due passi come dovesse prendere una decisione. Torn a sedersi. Si rivolse a Giuseppe: Voglio venire anch'io.
A te, non fa mica bene vederlo!.
Lo so, ma ci voglio provare.
Battistin agit il bastone nell'aria:
Ma lassa perde! Dammi retta, lascia perdere: a te ti fa solo male. Angela torn a pulire le mele in silenzio. Nessuno fece caso che piangeva.

Mi sono svegliato. Mi sfrego gli occhi. Guardo se il lavandino  libero.  libero. Guardo se gli altri dormono. Le brande sono vuote. Sono solo nella cella. Aspetto. Aspetto anche a mangiare. La minestra viene fredda, sembra pi verde. I miei tre compagni non tornano. Dove sono? Sono andati via? Non capisco perch mi hanno detto di andare con loro e poi se ne sono andati senza dire niente.
Mi dicono che mancano tre giorni.
Ecco, che mancano tre giorni me lo dicono tutti, anche la guardia che passeggia avanti e indietro fuori nel corridoio. Ma tre giorni a che cosa? Ho sognato Annette, Annette che accarezza Cane.  bello.
Stanno bene tutti e due. Sono contento.

Angela entr nel fienile. Le balle di fieno riempivano gran parte dello spazio. Respir l'odore dell'erba secca. Le manc il fiato tanto l'aria era calda e avvolgente. Sul fondo, coperta di polvere e paglia, vide la Balilla nera.
Ud la voce di Giuseppe: Mi piace guardarti!.
Strisciando sulla schiena, Giuseppe, comparve da sotto l'auto. Angela gli chiese per quale motivo l'avesse cercata, cosa aveva da dirgli?
Si lasci prendere per un braccio. Portare al fondo del fienile. Ascolt l'uomo che assunse il tono basso di chi vuole confidare un segreto. Un lungo racconto, un turbinio di parole, in parte in dialetto, in parte in italiano. Avvert la mano stringerla forte per sottolineare la proposta ricevuta: Mi hanno chiesto di andare a lavorare a Torino.
La condizione per accettare era che lei lo seguisse: Cos te ne vai? Tua madre non sar mica tanto d'accordo?.
Chi se ne frega, alla mia et non ho bisogno di permessi.
Giuseppe la strinse. In un orecchio le mormor:
Allora vieni? Vieni via con me.
Angela lo allontan con forza.
Per lei la vita non aveva pi alcun valore e in ogni caso era la moglie di Giovanni. Giuseppe non si diede per vinto. Le prese la mano. Sciorin una serie di ragioni: non poteva rimanere in quel luogo dove ogni angolo, ogni oggetto le ricordava Annette.
Come puoi non capire che ovunque vada mia figlia  dentro di me?. Giuseppe si fece promettere che non era l'ultima decisione. Che ci avrebbe pensato. Angela annu, per accontentarlo. Sfil la sua mano da quella dell'uomo e pose una domanda che non c'entrava nulla: la postina  la madre di Smangia?. Fu come avesse colpito il suo interlocutore con un pugno alla bocca dello stomaco: Cosa c'entra ?... Io ti ho chiesto se....
Lei lo incalz con la stessa domanda.
E Giuseppe sorrise divertito all'idea impensabile: Ma come ti  venuto in mente? Rita madre di Smangia? Questa  bella!.
Allora che accidenti ci va a fare tuo padre, ogni mese, da quella donna? A ritirare la posta?.
Chi poteva avere messo in giro una voce tanto idiota?
Cos come nella poesia del Carducci, suon alto un nitrito, nel fienile venne scandito un nome: Elide! Me l'ha detto Elide.
Angela fece per andarsene, ma Giuseppe la insegu con un corollario di frasi innamorate quanto banali: che non poteva vivere senza di lei, che voleva vivere con lei e per lei, darle ci che non aveva mai avuto.
Angela non si scompose. Lo interruppe. Rinnov la stessa domanda: Mi vuoi dire, s o no, perch tuo padre va a trovare quella donna?.
Giuseppe si sedette su una balla di fieno. A testa china confess con frasi smozzicate, pause piene d'imbarazzo: che si trattava di un innamoramento, proprio come era successo a lui. Come succede tra gli uomini e le donne: insomma un fatto del tutto normale: Ma innamorato di chi? Di Rita?. Giuseppe scosse il capo: Dimmi di chi allora?. Ricord il nome dell'unica altra donna che abitava la casa della postina: Cristina? La figlia?.
Si trattava proprio di lei. Tutto era successo circa tre anni prima. E non serv dire che era una ragazzina.
A fare il conto di quanti anni poteva avere. Insomma, poco pi che una bambina. Ingenuamente chiese di chi si era innamorata Cristina. A Giuseppe, sempre pi imbarazzato, sembr complicato spiegare che non si trattava di un innamoramento della ragazzina per un uomo, ma il contrario. Il contrario? Cosa vuol dire?.
E subito a dire che loro, gli Odasso, pagavano le loro colpe. Giuseppe non aveva la forza di proseguire. Angela colm la pausa: Soldi?.
S, soldi. Ma che diavolo era successo? Quale motivo c'era per intervenire tanto pesantemente? In fondo non era che un semplice amore?
Qualcosa di pi.
Angela si port la mano alla bocca spaventata: L'ha....
Ma come poteva un vecchio avere compiuto una cosa tanto orribile?
Ma che hai capito? Non  stato mio padre.
E chi allora? Mio dio! Tu?. Giuseppe si adir. Come poteva pensare che lui si fosse macchiato di un gesto tanto vile. E non c'entrava neanche Smangia. In casa non rimanevano altri uomini? Angela cap: Nooo!.
Adesso fu lei a sedersi, a prendersi la testa fra le mani, a pronunciare un nome: Giovanni?.
S, era stato suo marito, qualche anno prima, a violentare la figlia della postina. E ora, fino alla fine dei loro giorni, gli Odasso avrebbero pagato per ottenere il silenzio, perch nessuno sapesse.
Ovvio che in paese tutti sapevano; ma nessuno parlava.
Giuseppe rimase muto. Accarezz i capelli di Angela che anneg in un pianto soffocato.
Un frullar d'ali. I colombi volarono via dall'abbaino sgangherato. Angela apr a forza la cigolante porta del sottotetto. Stringeva nella mano la maniglia della valigia. Per la seconda volta si trov di fronte a quell'ambiente che aggiungeva inquietudine al suo essere. Osserv il pavimento di legno coperto di paglia secca. Da quando era mancata Annette, oltre all'infinito dolore, avvertiva uno stato d'insicurezza, di paura continua, di instabilit che le creava difficolt a compiere anche la pi piccola azione. Raggiunse un vecchio baule. Lo apr. Estrasse solo alcuni degli indumenti riposti con cura. Li depose nel nuovo bagaglio. Al fondo del baule individu il vestito indossato da Annette il giorno prima di venire uccisa. Si fece forza. Si chin. Lo prese fra le mani. Lo accarezz. Lo port al volto. Avvert qualcosa di rigido. Infil la mano nella tasca. Un cartoncino piegato in quattro.
Con grafia maldestra c'era scritta un'unica frase: Domani, in paese ci sono le giostre. Evidente che si trattava di un invito. Chi lo aveva scritto? Non certo Smangia che sapeva a mala pena parlare, figuriamoci scrivere. E allora?
Il dolore rovista lo stomaco, offusca la mente, non permette di vedere le situazioni con chiarezza. Ma, nello stesso tempo, Angela ne era stimolata, stimolata a mettere a fuoco una situazione che sempre di pi avvertiva poco chiara. Le venne alla mente un termine che non aveva mai usato: indagare. Ecco! Doveva farsi forza e indagare, non sapeva dove, eppure, doveva farlo. E le fu chiaro che gi inconsciamente lo stava facendo.
La Balilla nera si arrampicava a fatica lungo l'ultimo tratto di strada polverosa. Battistin, seduto al fianco di Giuseppe, ballonzolava a ogni buca e ad ogni buca mollava una bestemmia e girava tra le mani il pomo del bastone che stringeva fra le gambe. Fissava Ca' Odasso che si stagliava in alto nel controluce.
Lo dicevo io, non era muto prima... non lo  neanche adesso...  solo scemo.
Come gli succedeva, quando doveva puntualizzare un concetto, disse ogni parola in italiano. Il figlio si volt e lui subito lo redargu:
Guarda la stra' dio fa', o finoma ant al fos.
Giuseppe sollev le spalle: Che parli o che non parli, per Smangia non c' pi speranza.
Adesso, nella voce dell'anziano uomo si fece largo una profonda tristezza: A te, almeno, ha detto ciao. A me, non ha detto una parola.
Come avesse un attimo di commozione, si soffi il naso. Con ogni probabilit, Smangia non si rendeva conto di quanto stava per succedergli. Forse. Che ne sapevano? Cosa sapevano di quello che succedeva nella testa di Smangia? Forse provava dolore. Era la prima volta che si ponevano la domanda. Smangia serviva. Serviva per la sua forza e basta. Per il resto, era stato un intruso. Mal rappresentava gli Odasso, tanto che tutti in famiglia se ne vergognavano. E adesso, n Maria n i fratellastri ne avrebbero sofferto, anzi.
Ora che tutto precipitava, che si era alla fine, quali erano i reali sentimenti? In Battistin si faceva largo una sensazione che non avrebbe saputo definire: la colpa.
La Balilla entr nell'aia del cascinale. Si ferm con un misto di rumori scricchiolanti. Giuseppe non si occup di aiutare il padre a scendere dall'auto, ma si rivolse ad Angela che, con un mazzo di fiori stretto al petto, attraversava l'aia. Le chiese dove stava andando. Ottenne una risposta piena di amarezza. In realt non ci voleva molto a capire che lei, come ogni giorno, si recava alla tomba della figlia. Le propose di accompagnarla. Angela sospettava di quell'uomo come di ogni membro della famiglia fonte di tanta disgrazia. L'insistenza fu tale che Angela accett di sedersi sulla vecchia Balilla al fianco di Giuseppe.
L'auto ripart. Comp un'ampia inversione. Sollev una nuvola di polvere. L'abitacolo saturo di silenzio imbarazzante.
La campagna coperta da una bruma dolce, trasparente, che rendeva evanescenti gli spazi circostanti.
Giuseppe formul la domanda che pesava nell'aria: Allora, hai deciso?.
Angela non ebbe un attimo di esitazione, prosegu a fissare la strada che veniva ingoiata sotto le ruote: S! Me ne vado.
L'uomo scans una buca profonda. Era certo della decisione. Pose la mano su quella della donna:
Questo lo immaginavo. Ma io ti ho chiesto di venire a Torino con me.
Angela sottrasse la mano dalla stretta dell'uomo. Rispose con una domanda: Smangia come sta?.
Ma non ottenne a sua volta risposta, se non la rinnovata richiesta di andare via insieme. Si era cos creato un dialogo assurdo in cui ciascuno dei due ripeteva la stessa domanda senza ottenere risposta, caricando la situazione di uno stato ansioso, dove ciascuno cercava la supremazia sull'altro. Giuseppe cedette. Accett di parlare di Smangia, della visita che aveva compiuto con il padre. Butt l che il suo fratellastro, come lo chiamava lui quando non era n in buona n in cattiva, stava come sempre. Ma si capiva che non aveva voglia di parlarne, che non gliene importava nulla, concentrato com'era su se stesso, sul rapporto con quella donna.
Angela insistette: Che cosa ti ha detto?.
Giuseppe finse di essere attento alla strada. La domanda fu ripetuta e, dopo un'ulteriore pausa, arriv una striminzita risposta: Mi ha salutato.
E basta?.
La voce dell'uomo si fece pi grave, pi coinvolta. Si volt a guardare per un attimo Angela come a voler dare maggior peso alle sue parole:
Non sa quello che gli sta per succedere.
No!  che non sa cosa vuol dire morire.
Ma se lui ha tolto la vita a decine di vitelli e ad An... Giuseppe si morse le labbra.
Angela guard fissa davanti a s: Ti dico che lui non sa cosa vuole dire vivere o morire.
Ma fammi il piacere.
L'auto percorse la tortuosa strada che conduceva gi verso la statale. Imbocc il bivio in direzione del cimitero. Angela sembr parlare fra s: Non  stato lui a uccidere.
Giuseppe piant il piede sul freno. L'auto si blocc sul bordo della strada ai limiti del bosco: Sei pazza!. Voleva sapere come poteva affermare una cosa del genere. Come poteva avere un'idea tanto bislacca.
Me lo ha detto lui.
Chi? Smangia?.
Un cenno di assenso fece esplodere l'uomo in un sorriso cattivo: E tu credi a quello che dice uno scemo?.
Non gli sembrava davvero possibile avere dei dubbi su quanto era successo, tutto era purtroppo drammatico e semplice.
Non avrebbe voluto, ma ricord i fatti, senza nominare Annette. Parlava come di un fatto lontano, che non avesse coinvolto lui e la sua famiglia. Angela mentalmente prov a giustificare l'atteggiamento, pens che era un modo per non tornare ad immergersi nella tragedia; in sostanza un tentativo di preservare il proprio sentire che lei non poteva certo accettare, cos frust l'aria con una domanda secca quanto inaspettata: Chi ha ucciso mia figlia?.
Ma come? A distanza di giorni ancora dei dubbi? Com'era possibile?
A uccidere Annette era stato Smangia. Smangia e basta. La situazione era stata ricostruita nei minimi termini. Per questo, era stato anche condannato. E tanto bastava. Quasi volesse avvalorare le sue parole Giuseppe s'inclin verso la donna. Le prese una mano che questa volta non scivol via.
Sent la donna pi vicina. Ne osserv lo sguardo triste e implorante. Avvert una sensazione di potere nel momento in cui lei lo pregava di parlare, di dire quanto sapeva. La confessione della verit sarebbe stato l'unico modo per dimostrare il suo affetto. Giuseppe la prese per le spalle, le guard la bocca come avesse voluto baciarla, asser che non c'era un'altra verit se non quella conosciuta. Ma Angela insistette, si aggrapp alle parole:
Ti prego Giuseppe, ti prego se  vero che mi vuoi bene, parla lo fiss con intensit. Gli strinse le mani.  stato Giovanni, vero?.
Per Giuseppe quella frase suon assurda. La guard allibito. Rovist i bottoni della giubba sdrucita. Come poteva essere stato il fratello se quello non era capace neppure di uccidere un coniglio?
Angela si ritrasse. Schiacci le spalle contro la portiera dell'auto.
 stato capace di violentare una ragazzina.
L'uomo torn con ansia a cercare le mani della donna. Si protese verso di lei. Com'era solito fare nei momenti di difficolt, rispose con un'altra domanda, la stessa che aveva gi posto all'inizio di quel breve viaggio: Tu vieni via con me?.
Angela fece un timido cenno di assenso. Si lasci abbracciare.
Ud, senza ascoltarla, la frase benaugurante dell'uomo: Vedrai, con me ti riprenderai.
Subito torn a insistere. Era evidente che quanto faceva, diceva, aveva un unico scopo: conoscere la verit. Certa com'era che le cose non si fossero svolte nel modo presentato. Con assillo crescente ripeteva la sua domanda.
Giuseppe dopo un lungo silenzio si convinse a parlare, sembrava persino avere cambiato timbro di voce, tanto forte era il suo imbarazzo.
Inizi a parlare di Annette senza nominarla, del suo modo di fare, di muoversi fino a dire la parola che Angela non avrebbe mai voluto sentir dire: Provocato. S Giuseppe disse proprio che lei lo aveva provocato. Aveva provocato il fratello. Ripet quanto gli aveva riferito Giovanni: che la ragazza quel giorno gli aveva fatto vedere le gambe, aggiunse, quello che non avrebbe certo dovuto dire, che Annette trovava sempre mille scuse per fare vedere le gambe.
Era chiaro che con quelle parole cercava di giustificare il fratello. Quel maledetto giorno, era successo che Giovanni aveva cercato di baciare Annette. Era chiaro che con quelle parole cercava di giustificare il fratello. Quel maledetto giorno, era successo che Giovanni aveva cercato di baciare Annette. Giovanni gli aveva confessato tutto. Annette gli aveva sfiorato le labbra, ma poi gli aveva piantato le mani larghe sul petto e lo aveva spinto via.
E lui... Angela a quelle parole si era sempre pi schiacciata contro la portiera dell'auto, sentiva di perdere forza, di stare cedendo, con ogni probabilit Giuseppe avvertiva benissimo questo suo stato. Ma al punto del racconto cui era arrivato anche lui sembr cedere, diventare pi nebuloso, come nebuloso era il delitto.
Certo adesso il quadro era chiaro. Semplice nel suo orrore.
Dopo una probabile quanto ingenua provocazione, Annette aveva respinto Giovanni. Lui aveva reagito nel modo pi vigliacco e terribile. Le aveva messo le mani attorno al collo e... Giuseppe si riprese, prosegu il racconto dicendo che forse in quell'istante era arrivato Smangia, o forse no, non sapeva, si impicciava in una sorta di emozione di giustificazione, di misera difesa che Angela avvert come falsa. Per quale motivo?
La voce di Giuseppe si fece pi incerta e sospesa sulle lacrime che rigavano il volto di Angela: Basta... Giuseppe non cercare di difenderlo, quando Smangia  arrivato, Giovanni l'aveva gi... uccisa!.
Giuseppe rimase muto. Tent di accarezzarla per consolarla. Le asciug il volto bagnato di pianto, un bacio sulla guancia. Angela si scost.
Era frastornata. La sua lunga, lenta indagine sulle poche tracce lasciate aveva confermato il sospetto. A uccidere sua figlia non era stato Smangia, povero capro espiatorio, ma l'uomo che lei aveva sposato.
Angela era sconvolta, chiese di essere portata a casa. Giuseppe tergivers. Cerc inutili scuse. Era evidente che voleva rimanere l con lei. Inizi a dire che voleva starle vicino, che aveva bisogno di lei e al culmine di quelle parole sbagliate, nel momento ancora pi sbagliato tent di attirarla a s. Angela si sorprese, s'infastid di tanta insensibilit. Lo scost come si allontana un insetto fastidioso. Lo preg di accompagnarla a casa. L'uomo insistette. Tent ancora di baciarla. Fu proprio per sottrarsi all'abbraccio che la donna comp una sorta di contorcimento. Il suo sguardo fu attratto dal luccichio che proveniva da un lato del tappeto consunto e polveroso dell'auto. Si chin. Raccolse.
Ma questo  il ciondolo che ho regalato ad Annette?.
Giuseppe cerc di prenderglielo dalle mani: Ma pensa, ti... fa vdde... fa vedere!.
Angela lo trattenne con uno scatto: Com' che  qui?... Me lo dici, s o no?!.
Giuseppe sembr sciogliersi in una presunta normalit. Si prodig a sminuire qualsiasi sospetto: E che ne so! Lo avr lasciato Giovanni....
L'obiezione era facile. La Balilla era ferma nel fienile. A guidarla, ad avere le chiavi era soltanto Giuseppe. Allora?
Angela spalanc la portiera e si butt fuori.
Giuseppe scese a sua volta. La chiam. La insegu. La raggiunse al limite del bosco.
Adesso piantala.... Le si avvicin, cattivo. Lei arretr fino a che si trov con le spalle contro la corteccia di un albero. La paura sal con l'alito caldo sulla sua faccia: Cosa ca gira ant sta tua testa mta, eh? Dime un po' cosa pensi?.
Le mani dell'uomo adesso la toccavano. Tent di respingerlo. Era forte, troppo forte. Grid. Lui non smise di rovistarla.
La faccia era deformata. L'angoscia le raschiava la gola.
Lott con tutte le forze, ma era impossibile liberarsi dalla stretta sempre pi avvolgente e vergognosa. E, quando gli piant le unghie nel volto, Giuseppe le afferr il collo per soffocarla. La vista prese ad annebbiarsi. Stava facendo la stessa fine di Annette.
All'improvviso tutto si dissolse. Giuseppe moll la presa. Si rovesci su di un fianco con un lamento. Le mani sulla nuca.
Un filo di sangue gli rigava il collo. Giovanni era l; in piedi. Aveva colpito il fratello con il calcio del fucile da caccia e con l'arma lo teneva a bada. Giuseppe tent di riprendersi. Quello gli piant la canna del fucile alla bocca dello stomaco intimandogli di non muoversi.
Ma, it ses mat? Mi son to fratel... i son mi, Giusp ... Tuo fratello.
Giuseppe gli ordin di abbassare il fucile. L'arma continu a rimanere ben puntata contro di lui.
Giovanni parl, disse quello che nessuno avrebbe voluto sentire: Non puoi uccidere anche lei....
Poi si rivolse alla moglie: Questo qua, che ti it l'has anche baciato,  andato nella stanza di tua figlia. Le aveva promesso di portarla in paese a vedere le giostre. Ma prima, sai che cosa a vola? Che cosa voleva da lei, no?... Tua figlia a l'h de che d'no! Gli ha detto di no! Annette l'avr... gli avr anche gridato in faccia che avrebbe detto tutto.
Giovanni rovist il fratello con la canna del fucile:  vero o no? Confessa, bastardo, che cosa hai fatto!.
Quello lo guard in pieno viso, incurante della donna, disse che era tutto vero. Lo disse in modo spavaldo, come fosse cosciente di una propria invulnerabilit. Ad Angela mancarono le forze, scivol lenta al suolo, raccolta, rattrappita in un dolore insostenibile.
Era Giuseppe l'assassino di sua figlia. Giuseppe il buono. Giuseppe il diverso. Ne ascolt ancora la voce, le accuse, gli insulti al fratello: Bastardo! Ti vendichi cos? Solo perch volevo ciulare tua moglie.
Angela sollev il capo. Trov la forza di risollevarsi. Adesso il suo viso era improvvisamente asciutto. Guard Giuseppe con insistenza.
Tu, tu l'hai ammazzata... Hai ammazzato Annette!.
Giuseppe sfid lo sguardo della donna. E prese a parlare con arroganza. Disse che Smangia era arrivato tardi per salvarla, ma in tempo per essere lui il colpevole. Angela supplic il marito di sparare. Ci fu un tremito delle dita, Giuseppe, ricord che erano fratelli, e che loro erano gli Odasso.
Che erano come una persona sola da sempre e per sempre: E gli Odasso qualsiasi cosa succeda devono restare uniti....
E strinse il pugno con lo stesso gesto che aveva visto fare al padre mille volte. Indic la donna con indifferenza: Spara a chila, no? La facciamo fuori e tutto torna come prima.
Angela si strinse al marito. L'uomo l'allontan con una spinta. Seppe solo intimarle di andarsene, di sparire per sempre, di andare fuori dalla loro casa. Sottoline con forza fuori dalla nostra casa, come si trattasse di un feudo intoccabile. Aggiunse che nessuno di loro voleva pi vederla, doveva sparire. Certo, non sarebbe bastato per cancellare tutto il male che aveva portato, il danno che aveva fatto.
Agit il fucile nella aria indicando un punto all'infinito e grid: Via... va' via!.
I rumori della campagna proseguirono nella loro sensibile insensibilit: il vento fra i rami, il richiamo di uccelli in volo, l'abbaiare di un cane lontano.
Il treno si ferm con stridore. Angela cammin fra i sedili di legno della terza classe. Scese nella stazione secondaria di Torino: Porta Susa. Respir l'odore di grafite. Cammin a passo svelto sotto le strutture di ghisa.
Sbuc nel piazzale spazzato da un vento che sembrava pi freddo.
Percorse con passo sempre pi svelto, le strade semideserte. Con ansia chiese indicazioni all'uomo che ripuliva il marciapiede davanti al negozio di tessuti.
Ottenne una risposta lenta, indifferente, inutile. Svolt l'angolo. Ferm un'anziana signora che in vestaglia teneva un cane zoppicante al guinzaglio.
Angela, colpita da un raggio di sole che non bastava a scaldare niente e nessuno, percorse una via accompagnata da un lungo muro di mattoni grigi.
Svolt l'angolo segnato da una torretta merlata. Si and a fermare davanti ad un alto portone di legno. Lo tempest di pugni. Si apr uno sportello. Comparve il viso di una guardia carceraria. Disse che non era orario di visite. Angela url che Smangia era innocente. Nessuno le apr.
Lei rimase l, rannicchiata sui gradini dell'ingresso, a ripetere fino a che ebbe voce che Smangia era innocente.
Un cielo gonfio di vento, nuvole e squarci di azzurro, immenso lenzuolo sulla testa di Smangia.
Il giovane era seduto su di una sedia dalla spalliera di legno.
Alle sue spalle un alto muro grigio. I capelli mossi dal vento. Non c'era alcuna emozione sul suo viso. Osserv due uomini attraversare il cortile verso di lui. Il pi alto e magro aveva una benda nera stretta fra le mani. Gliela pose sugli occhi. L'altro lo aiut a formare il nodo sulla nuca.

Ho visto solo il nero del tessuto. Ho udito i due che si allontanavano. Poi i passi, tanti passi, di altri uomini. Si fermano davanti a me, non lontano da me. Ascolto la voce rauca, gridata da un uomo che dice: Puntate.
Qualche secondo, poi dice: Fuoco!.

Era notte. Toni e i suoi due compagni osservarono il cascinale da una delle colline circostanti. Un cenno. Scesero lenti gi per il pendio. Uno a fianco dell'altro. Si sentivano forti. Sentivano l'erba e le sterpaglie cigolare sotto i piedi. Un secondo cenno. Da sotto le palandrane estrassero i fucili. Con lo stesso passo coprirono le poche decine di metri che li separavano dal casale.
Toni, Menico ed Enea fecero irruzione nel buio del cascinale.
Gli Odasso si svegliarono di soprassalto. Una porta aveva cigolato? Forse il vento.
C'erano uomini in casa.
Giovanni tent la fuga. Cos fecero gli altri. Ognuno per s. Ognuno alla ricerca di un posto per nascondersi. Battistin fu fulminato nel proprio letto. Toni con un coltello, squart il materasso come fosse la pancia di un maiale. Le piume volarono alto intorno. Maria corse gi dalla scala, un colpo secco le anneg la vita nella cenere del camino. Giovanni corse fuori. Come un topo strisci contro il muro. Fu centrato a un fianco. Cadde. Si rialz. Tent di attraversare l'aia verso il fienile. Un secondo colpo lo raggiunse alle spalle. Il suo corpo si rovesci come un cencio sul muro del pozzo. Giuseppe era al centro del cortile. Nell'ombra vide un uomo con il fucile spianato. Non tent la fuga. S'inginocchi. Le mani giunte a chiedere piet. Fu abbattuto da due colpi in pieno petto. Cadde a faccia in gi.
Ca' Odasso, ora, era immersa nel silenzio. Dall'alto della collina un bastardino nero aveva assistito al massacro. Quando i tre si allontanarono a bordo del sidecar, scese scodinzolando verso il cascinale nella vana ricerca del suo padrone. All'orizzonte cresceva il chiarore dell'alba.

Io, Smangia, lo scemo, sono crepato ma mi sono vendicato di mio padre, dei miei due fratellastri, di quella che non era mia madre. Ho fregato anche Toni e i suoi amici. Non hanno trovato i soldi. Del resto non c' mai stato denaro in casa mia.
Nessuno, nella mia famiglia, ha mai detto la verit... Neanche io!
Il 4 marzo 1947 Toni, Menico ed Enea furono giustiziati per avere barbaramente ucciso i componenti della famiglia Odasso.
La loro fucilazione  stata l'ultima esecuzione capitale avvenuta in Italia.
Uno di essi mor al grido di Viva la Sicilia.
...
FINE.